Corona di 12 Stelle di san Luigi da Montfort

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Tratto dal “Trattato della vera devozione n.225
di San Luigi Maria Grignon de Monfort

Padre Poirè s.j. (sec. XVIII) scrisse un famoso libro “La triplice corona della Madre di Dio”. Perchè triplice? Il Papa porta una corona triplice, per significare la pienezza della sua missione regale, spirituale e temporale nella veste del Vicario di Cristo in terra. Con maggior comprensione doveva ricevere Maria gli onori di tal Triregno, per onorare in Lei, Madre della Chiesa, le tre qualità principali nelle quali si riassumono le sue grandezze: dignità, potenza e bontà, con le quali si spiegano i suoi interventi materni nel mondo fra gli uomini. Ecco il diadema con cui il divoto Autore volle coronar la sua Regina e Madre. Il Montfort compose e diffuse questa coroncina che riassume, così, gli insegnamenti di tutta la Chiesa e dello stesso Poirè, completandola con una Preghiera che è un vero riassunto di tutta la sua dottrina mariana.

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen

– Degnati di accettare le mie lodi, Vergine Santa;
– dammi la forza contro i tuoi nemici.

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I – Corona di Dignità

Per onorare la dignità della Maternità divina di Maria; la sua Verginità ineffabile, la sua Purezza senza macchia alcuna, tutte le sue Virtù.

Gloria Patri et Filio et Spiritui Santo, sicut erat in principio,
et nunc, et semper, et in saecula saeculorum. Amen

Pater Noster qui es in caelis: sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in caelo et in terra.
Panem nostrum quotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem,
sed libera nos a malo. Amen.

1. Te felice Vergine Maria, che portasti nel Tuo seno il Creatore del mondo e, restando sempre vergine, generasti chi ti creò.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

– Rallegrati, o Vergine Maria;
– Mille volte rallegrati!

2. Santa ed Immacolata Verginità di Maria! Io non so con quali lodi onorarti degnamente, poiché Tu portasti nel tuo grembo Colui che i cieli stessi non possono contenere.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

– Rallegrati, o Vergine Maria;
– Mille volte rallegrati!

3. Tutta bella Tu sei, o Vergine Maria, nè alcuna macchia è in Te.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

– Rallegrati, o Vergine Maria;
– Mille volte rallegrati!

4. Le doti, o Vergine, con le quali Ti ha incoronata l’Altissimo, in Te son più che le stelle nel cielo.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

– Rallegrati, o Vergine Maria;
– Mille volte rallegrati!

287573_bc844II – Corona di potenza

Per onorare nella Vergine Santa la regale autorità del Divin Figlio, la munificenza, l’intercessione di Maria e la forza del Suo governo a chi a Lei ricorre.

Gloria Patri et Filio et Spiritui Santo… 
Pater Noster qui es in caelis…

5. Gloria a Te, o Regina dell’Universo. Degnati di condurci con Te ai gaudi del Cielo!
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

– Rallegrati, o Vergine Maria;
– Mille volte rallegrati!

6. Gloria a Te, Tesoriera delle grazie del Signore! Fa parte anche a noi delle tue ricchezze.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

– Rallegrati, o Vergine Maria;
– Mille volte rallegrati!

7. Gloria a Te, Avvocata tra Dio e noi miseri peccatori. Rendi a noi propizio il giudizio dell’Onnipotente.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

– Rallegrati, o Vergine Maria;
– Mille volte rallegrati!

8. Gloria a Te, Debellatrice di ogni eresia e dei demoni. Sii per noi guida e maestra della retta via.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

– Rallegrati, o Vergine Maria;
– Mille volte rallegrati!

287573_bc844III – Corona di Bontà

Per onorare ed invocare la misericordia di Maria verso noi miseri peccatori, e per la conversione di tutti i peccatori, bontà verso i diseredati, verso i perseguitati, verso i bisognosi, misericordia per i moribondi.

Gloria Patri et Filio et Spiritui Santo….
Pater Noster qui es in caelis….

9. Gloria a Te, Rifugio dei peccatori! Intercedi per noi presso il Signore, specialmente per le cause impossibili.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

– Rallegrati, o Vergine Maria;
– Mille volte rallegrati!

10. Gloria a Te, Madre degli orfani, consolatrice di ogni lutto e vedovanza! Rendici proprizio il Padre Nostro che è nei Cieli.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

– Rallegrati, o Vergine Maria;
– Mille volte rallegrati!

11. Gloria a Te, Letizia dei giusti e dei perseguitati! Rendici propizia la giustizia Divina per il gaudio eterno.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

– Rallegrati, o Vergine Maria;
– Mille volte rallegrati!

12. Gloria a Te, in vita ed in morte o Ausiliatrice sempre presente delle cause nostre! Portaci con Te in Paradiso, e fa che i nostri nemici restino confusi e riconoscano la potenza del nostro Dio.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

– Rallegrati, o Vergine Maria;
– Mille volte rallegrati!

Gloria Patri et Filio et Spiritui Santo….

Preghiamo
Ave o Maria, Figlia di Dio Padre; Ave o Maria, Madre di Dio Figlio; Ave o Maria, Sposa dello Spirito Santo; Ave o Maria, Tempio glorioso della Santissima Trinità.
Ave o Maria, ripeto dal profondo del cuore, Signora mia, tesoro mio, bellezza mia, Regina del mio povero cuore, Madre amatissima, vita e dolcezza, speranza mia carissima: Totus tuus ego sum, et omnia mea tua sunt. […] Accipio te in mea omnia, praebe mihi cor tuum, o Maria… Sono tutto tuo, e tutto ciò che è mio è tuo. […] Ti accolgo in tutto me stesso, offrimi il cuore tuo, Maria.
Sia dunque in me l’anima Tua per magnificare il Signore; sia in me il Tuo spirito per rallegrarsi in Dio, mio Salvatore.
Poniiti, o Vergine fedele, qual sigillo sopra il cuore mio, affinché in Te e per te io sia trovato fedele a Dio, Divin Giudice dell’anima mia.
Degnati ammettermi, per Tua bontà, fra coloro che Tu ami, istruisci, dirigi, nutri, proteggi e correggi qual figli Tuoi; e fa che, disprezzando per amor Tuo ogni bene terreno, aspiri incessantemente ai beni celesti, sino a che per mezzo dello Spirito Santo, fedelissimo Sposo del purissimo corpo ed anima Tua, sia formato in me Gesù Cristo Figliuolo Tuo amatissimo, alla gloria del Divin Padre, per l’eternità.
Così sia.

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Misericordiae Vultus – Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia

Misericordiae Vultus

BOLLA DI INDIZIONE
DEL GIUBILEO STRAORDINARIO
DELLA MISERICORDIA

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FRANCESCO

VESCOVO DI ROMA
SERVO DEI SERVI DI DIO
A QUANTI LEGGERANNO QUESTA LETTERA
GRAZIA, MISERICORDIA E PACE

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1. Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi. Essa è divenuta viva, visibile e ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazareth. Il Padre, «ricco di misericordia» (Ef 2,4), dopo aver rivelato il suo nome a Mosè come «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34,6), non ha cessato di far conoscere in vari modi e in tanti momenti della storia la sua natura divina. Nella «pienezza del tempo» (Gal 4,4), quando tutto era disposto secondo il suo piano di salvezza, Egli mandò suo Figlio nato dalla Vergine Maria per rivelare a noi in modo definitivo il suo amore. Chi vede Lui vede il Padre (cfr Gv 14,9). Gesù di Nazareth con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona[1] rivela la misericordia di Dio.

2. Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato.

3. Ci sono momenti nei quali in modo ancora più forte siamo chiamati a tenere fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segno efficace dell’agire del Padre. È per questo che ho indetto un Giubileo Straordinario della Misericordia come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti.

L’Anno Santo si aprirà l’8 dicembre 2015, solennità dell’Immacolata Concezione. Questa festa liturgica indica il modo dell’agire di Dio fin dai primordi della nostra storia. Dopo il peccato di Adamo ed Eva, Dio non ha voluto lasciare l’umanità sola e in balia del male. Per questo ha pensato e voluto Maria santa e immacolata nell’amore (cfr Ef 1,4), perché diventasse la Madre del Redentore dell’uomo. Dinanzi alla gravità del peccato, Dio risponde con la pienezza del perdono. La misericordia sarà sempre più grande di ogni peccato, e nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona. Nella festa dell’Immacolata Concezione avrò la gioia di aprire la Porta Santa. Sarà in questa occasione una Porta della Misericordia, dove chiunque entrerà potrà sperimentare l’amore di Dio che consola, che perdona e dona speranza.

La domenica successiva, la Terza di Avvento, si aprirà la Porta Santa nella Cattedrale di Roma, la Basilica di San Giovanni in Laterano. Successivamente, si aprirà la Porta Santa nelle altre Basiliche Papali. Nella stessa domenica stabilisco che in ogni Chiesa particolare, nella Cattedrale che è la Chiesa Madre per tutti i fedeli, oppure nella Concattedrale o in una chiesa di speciale significato, si apra per tutto l’Anno Santo una uguale Porta della Misericordia. A scelta dell’Ordinario, essa potrà essere aperta anche nei Santuari, mete di tanti pellegrini, che in questi luoghi sacri spesso sono toccati nel cuore dalla grazia e trovano la via della conversione. Ogni Chiesa particolare, quindi, sarà direttamente coinvolta a vivere questo Anno Santo come un momento straordinario di grazia e di rinnovamento spirituale. Il Giubileo, pertanto, sarà celebrato a Roma così come nelle Chiese particolari quale segno visibile della comunione di tutta la Chiesa.

4. Ho scelto la data dell’8 dicembre perché è carica di significato per la storia recente della Chiesa. Aprirò infatti la Porta Santa nel cinquantesimo anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II. La Chiesa sente il bisogno di mantenere vivo quell’evento. Per lei iniziava un nuovo percorso della sua storia. I Padri radunati nel Concilio avevano percepito forte, come un vero soffio dello Spirito, l’esigenza di parlare di Dio agli uomini del loro tempo in un modo più comprensibile. Abbattute le muraglie che per troppo tempo avevano rinchiuso la Chiesa in una cittadella privilegiata, era giunto il tempo di annunciare il Vangelo in modo nuovo. Una nuova tappa dell’evangelizzazione di sempre. Un nuovo impegno per tutti i cristiani per testimoniare con più entusiasmo e convinzione la loro fede. La Chiesa sentiva la responsabilità di essere nel mondo il segno vivo dell’amore del Padre.

Tornano alla mente le parole cariche di significato che san Giovanni XXIII pronunciò all’apertura del Concilio per indicare il sentiero da seguire: « Ora la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore … La Chiesa Cattolica, mentre con questo Concilio Ecumenico innalza la fiaccola della verità cattolica, vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati ».[2] Sullo stesso orizzonte, si poneva anche il beato Paolo VI, che si esprimeva così a conclusione del Concilio: « Vogliamo piuttosto notare come la religione del nostro Concilio sia stata principalmente la carità … L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio … Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno. Riprovati gli errori, sì; perché ciò esige la carità, non meno che la verità; ma per le persone solo richiamo, rispetto ed amore. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette … Un’altra cosa dovremo rilevare: tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta in un’unica direzione: servire l’uomo. L’uomo, diciamo, in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità ».[3]

Con questi sentimenti di gratitudine per quanto la Chiesa ha ricevuto e di responsabilità per il compito che ci attende, attraverseremo la Porta Santa con piena fiducia di essere accompagnati dalla forza del Signore Risorto che continua a sostenere il nostro pellegrinaggio. Lo Spirito Santo che conduce i passi dei credenti per cooperare all’opera di salvezza operata da Cristo, sia guida e sostegno del Popolo di Dio per aiutarlo a contemplare il volto della misericordia.[4]

5. L’Anno giubilare si concluderà nella solennità liturgica di Gesù Cristo Signore dell’universo, il 20 novembre 2016. In quel giorno, chiudendo la Porta Santa avremo anzitutto sentimenti di gratitudine e di ringraziamento verso la SS. Trinità per averci concesso questo tempo straordinario di grazia. Affideremo la vita della Chiesa, l’umanità intera e il cosmo immenso alla Signoria di Cristo, perché effonda la sua misericordia come la rugiada del mattino per una feconda storia da costruire con l’impegno di tutti nel prossimo futuro. Come desidero che gli anni a venire siano intrisi di misericordia per andare incontro ad ogni persona portando la bontà e la tenerezza di Dio! A tutti, credenti e lontani, possa giungere il balsamo della misericordia come segno del Regno di Dio già presente in mezzo a noi.

6. « È proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza ».[5] Le parole di san Tommaso d’Aquino mostrano quanto la misericordia divina non sia affatto un segno di debolezza, ma piuttosto la qualità dell’onnipotenza di Dio. È per questo che la liturgia, in una delle collette più antiche, fa pregare dicendo: « O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono ».[6] Dio sarà per sempre nella storia dell’umanità come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso.

“Paziente e misericordioso” è il binomio che ricorre spesso nell’Antico Testamento per descrivere la natura di Dio. Il suo essere misericordioso trova riscontro concreto in tante azioni della storia della salvezza dove la sua bontà prevale sulla punizione e la distruzione. I Salmi, in modo particolare, fanno emergere questa grandezza dell’agire divino: « Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia » (103,3-4). In modo ancora più esplicito, un altro Salmo attesta i segni concreti della misericordia: « Il Signore libera i prigionieri, il Signore ridona la vista ai ciechi, il Signore rialza chi è caduto, il Signore ama i giusti, il Signore protegge i forestieri, egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie dei malvagi » (146,7-9). E da ultimo, ecco altre espressioni del Salmista: « [Il Signore] risana i cuori affranti e fascia le loro ferite. … Il Signore sostiene i poveri, ma abbassa fino a terra i malvagi » (147,3.6). Insomma, la misericordia di Dio non è un’idea astratta, ma una realtà concreta con cui Egli rivela il suo amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fino dal profondo delle viscere per il proprio figlio. È veramente il caso di dire che è un amore “viscerale”. Proviene dall’intimo come un sentimento profondo, naturale, fatto di tenerezza e di compassione, di indulgenza e di perdono.

7. “Eterna è la sua misericordia”: è il ritornello che viene riportato ad ogni versetto del Salmo 136 mentre si narra la storia della rivelazione di Dio. In forza della misericordia, tutte le vicende dell’antico testamento sono cariche di un profondo valore salvifico. La misericordia rende la storia di Dio con Israele una storia di salvezza. Ripetere continuamente: “Eterna è la sua misericordia”, come fa il Salmo, sembra voler spezzare il cerchio dello spazio e del tempo per inserire tutto nel mistero eterno dell’amore. È come se si volesse dire che non solo nella storia, ma per l’eternità l’uomo sarà sempre sotto lo sguardo misericordioso del Padre. Non è un caso che il popolo di Israele abbia voluto inserire questo Salmo, il “Grande hallel ” come viene chiamato, nelle feste liturgiche più importanti.

Prima della Passione Gesù ha pregato con questo Salmo della misericordia. Lo attesta l’evangelista Matteo quando dice che « dopo aver cantato l’inno » (26,30), Gesù con i discepoli uscirono verso il monte degli ulivi. Mentre Egli istituiva l’Eucaristia, quale memoriale perenne di Lui e della sua Pasqua, poneva simbolicamente questo atto supremo della Rivelazione alla luce della misericordia. Nello stesso orizzonte della misericordia, Gesù viveva la sua passione e morte, cosciente del grande mistero di amore che si sarebbe compiuto sulla croce. Sapere che Gesù stesso ha pregato con questo Salmo, lo rende per noi cristiani ancora più importante e ci impegna ad assumerne il ritornello nella nostra quotidiana  preghiera di lode: “Eterna è la sua misericordia”.

8. Con lo sguardo fisso su Gesù e il suo volto misericordioso possiamo cogliere l’amore della SS. Trinità. La missione che Gesù ha ricevuto dal Padre è stata quella di rivelare il mistero dell’amore divino nella sua pienezza. « Dio è amore » (1 Gv 4,8.16), afferma per la prima e unica volta in tutta la Sacra Scrittura l’evangelista Giovanni. Questo amore è ormai reso visibile e tangibile in tutta la vita di Gesù. La sua persona non è altro che amore, un amore che si dona gratuitamente. Le sue relazioni con le persone che lo accostano manifestano qualcosa di unico e di irripetibile. I segni che compie, soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse, malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia. Tutto in Lui parla di misericordia. Nulla in Lui è privo di compassione.

Gesù, dinanzi alla moltitudine di persone che lo seguivano, vedendo che erano stanche e sfinite, smarrite e senza guida, sentì fin dal profondo del cuore una forte compassione per loro (cfr Mt9,36). In forza di questo amore compassionevole guarì i malati che gli venivano presentati (cfr Mt 14,14), e con pochi pani e pesci sfamò grandi folle (cfr Mt 15,37). Ciò che muoveva Gesù in tutte le circostanze non era altro che la misericordia, con la quale leggeva nel cuore dei suoi interlocutori e rispondeva al loro bisogno più vero. Quando incontrò la vedova di Naim che portava il suo unico figlio al sepolcro, provò grande compassione per quel dolore immenso della madre in pianto, e le riconsegnò il figlio risuscitandolo dalla morte (cfr Lc 7,15). Dopo aver liberato l’indemoniato di Gerasa, gli affida questa missione: « Annuncia ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te » (Mc 5,19). Anche la vocazione di Matteo è inserita nell’orizzonte della misericordia. Passando dinanzi al banco delle imposte gli occhi di Gesù fissarono quelli di Matteo. Era uno sguardo carico di misericordia che perdonava i peccati di quell’uomo e, vincendo le resistenze degli altri discepoli, scelse lui, il peccatore e pubblicano, per diventare uno dei Dodici. San Beda il Venerabile, commentando questa scena del Vangelo, ha scritto che Gesù guardò Matteo con amore misericordioso e lo scelse: miserando atque eligendo.[7] Mi ha sempre impressionato questa espressione, tanto da farla diventare il mio motto.

9. Nelle parabole dedicate alla misericordia, Gesù rivela la natura di Dio come quella di un Padre che non si dà mai per vinto fino a quando non ha dissolto il peccato e vinto il rifiuto, con la compassione e la misericordia. Conosciamo queste parabole, tre in particolare: quelle della pecora smarrita e della moneta perduta, e quella del padre e i due figli (cfr Lc 15,1-32). In queste parabole, Dio viene sempre presentato come colmo di gioia, soprattutto quando perdona. In esse troviamo il nucleo del Vangelo e della nostra fede, perché la misericordia è presentata come la forza che tutto vince, che riempie il cuore di amore e che consola con il perdono.

Da un’altra parabola, inoltre, ricaviamo un insegnamento per il nostro stile di vita cristiano. Provocato dalla domanda di Pietro su quante volte fosse necessario perdonare, Gesù rispose: « Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette » (Mt 18,22), e raccontò la parabola del “servo spietato”. Costui, chiamato dal padrone a restituire una grande somma, lo supplica in ginocchio e il padrone gli condona il debito. Ma subito dopo incontra un altro servo come lui che gli era debitore di pochi centesimi, il quale lo supplica in ginocchio di avere pietà, ma lui si rifiuta e lo fa imprigionare. Allora il padrone, venuto a conoscenza del fatto, si adira molto e richiamato quel servo gli dice: « Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? » (Mt 18,33). E Gesù concluse: « Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello » (Mt 18,35).

La parabola contiene un profondo insegnamento per ciascuno di noi. Gesù afferma che la misericordia non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli. Insomma, siamo chiamati a vivere di misericordia, perché a noi per primi è stata usata misericordia. Il perdono delle offese diventa l’espressione più evidente dell’amore misericordioso e per noi cristiani è un imperativo da cui non possiamo prescindere. Come sembra difficile tante volte perdonare! Eppure, il perdono è lo strumento posto nelle nostre fragili mani per raggiungere la serenità del cuore. Lasciar cadere il rancore, la rabbia, la violenza e la vendetta sono condizioni necessarie per vivere felici. Accogliamo quindi l’esortazione dell’apostolo: « Non tramonti il sole sopra la vostra ira » (Ef 4,26). E soprattutto ascoltiamo la parola di Gesù che ha posto la misericordia come un ideale di vita e come criterio di credibilità per la nostra fede: « Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia » (Mt 5,7) è la beatitudine a cui ispirarsi con particolare impegno in questo Anno Santo.

Come si nota, la misericordia nella Sacra Scrittura è la parola-chiave per indicare l’agire di Dio verso di noi. Egli non si limita ad affermare il suo amore, ma lo rende visibile e tangibile. L’amore, d’altronde, non potrebbe mai essere una parola astratta. Per sua stessa natura è vita concreta: intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano. La misericordia di Dio è la sua responsabilità per noi. Lui si sente responsabile, cioè desidera il nostro bene e vuole vederci felici, colmi di gioia e sereni. È sulla stessa lunghezza d’onda che si deve orientare l’amore misericordioso dei cristiani. Come ama il Padre così amano i figli. Come è misericordioso Lui, così siamo chiamati ad essere misericordiosi noi, gli uni verso gli altri.

10. L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole. La Chiesa « vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia ».[8] Forse per tanto tempo abbiamo dimenticato di indicare e di vivere la via della misericordia. La tentazione, da una parte, di pretendere sempre e solo la giustizia ha fatto dimenticare che questa è il primo passo, necessario e indispensabile, ma la Chiesa ha bisogno di andare oltre per raggiungere una meta più alta e più significativa. Dall’altra parte, è triste dover vedere come l’esperienza del perdono nella nostra cultura si faccia sempre più diradata. Perfino la parola stessa in alcuni momenti sembra svanire. Senza la testimonianza del perdono, tuttavia, rimane solo una vita infeconda e sterile, come se si vivesse in un deserto desolato. È giunto di nuovo per la Chiesa il tempo di farsi carico dell’annuncio gioioso del perdono. È il tempo del ritorno all’essenziale per farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli. Il perdono è una forza che risuscita a vita nuova e infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza.

11. Non possiamo dimenticare il grande insegnamento che san Giovanni Paolo II ha offerto con la sua seconda Enciclica Dives in misericordia, che all’epoca giunse inaspettata e colse molti di sorpresa per il tema che veniva affrontato. Due espressioni in particolare desidero ricordare. Anzitutto, il santo Papa rilevava la dimenticanza del tema della misericordia nella cultura dei nostri giorni: « La mentalità contemporanea, forse più di quella dell’uomo del passato, sembra opporsi al Dio di misericordia e tende altresì ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l’idea stessa della misericordia. La parola e il concetto di misericordia sembrano porre a disagio l’uomo, il quale, grazie all’enorme sviluppo della scienza e della tecnica, non mai prima conosciuto nella storia, è diventato padrone ed ha soggiogato e dominato la terra (cfr Gen 1,28). Tale dominio sulla terra, inteso talvolta unilateralmente e superficialmente, sembra che non lasci spazio alla misericordia … Ed è per questo che, nell’odierna situazione della Chiesa e del mondo, molti uomini e molti ambienti guidati da un vivo senso di fede si rivolgono, direi, quasi spontaneamente alla misericordia di Dio ».[9]

Inoltre, san Giovanni Paolo II così motivava l’urgenza di annunciare e testimoniare la misericordia nel mondo contemporaneo: « Essa è dettata dall’amore verso l’uomo, verso tutto ciò che è umano e che, secondo l’intuizione di gran parte dei contemporanei, è minacciato da un pericolo immenso. Il mistero di Cristo … mi obbliga a proclamare la misericordia quale amore misericordioso di Dio, rivelato nello stesso mistero di Cristo. Esso mi obbliga anche a richiamarmi a tale misericordia e ad implorarla in questa difficile, critica fase della storia della Chiesa e del mondo ».[10] Tale suo insegnamento è più che mai attuale e merita di essere ripreso in questo Anno Santo. Accogliamo nuovamente le sue parole: « La Chiesa vive una vita autentica quando professa e proclama la misericordia – il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore – e quando accosta gli uomini alle fonti della misericordia del Salvatore di cui essa è depositaria e dispensatrice ».[11]

12. La Chiesa ha la missione di annunciare la misericordia di Dio, cuore pulsante del Vangelo, che per mezzo suo deve raggiungere il cuore e la mente di ogni persona. La Sposa di Cristo fa suo il comportamento del Figlio di Dio che a tutti va incontro senza escludere nessuno. Nel nostro tempo, in cui la Chiesa è impegnata nella nuova evangelizzazione, il tema della misericordia esige di essere riproposto con nuovo entusiasmo e con una rinnovata azione pastorale. È determinante per la Chiesa e per la credibilità del suo annuncio che essa viva e testimoni in prima persona la misericordia. Il suo linguaggio e i suoi gesti devono trasmettere misericordia per penetrare nel cuore delle persone e provocarle a ritrovare la strada per ritornare al Padre.

La prima verità della Chiesa è l’amore di Cristo. Di questo amore, che giunge fino al perdono e al dono di sé, la Chiesa si fa serva e mediatrice presso gli uomini. Pertanto, dove la Chiesa è presente, là deve essere evidente la misericordia del Padre. Nelle nostre parrocchie, nelle comunità, nelle associazioni e nei movimenti, insomma, dovunque vi sono dei cristiani, chiunque deve poter trovare un’oasi di misericordia.

13. Vogliamo vivere questo Anno Giubilare alla luce della parola del Signore: Misericordiosi come il Padre. L’evangelista riporta l’insegnamento di Gesù che dice: « Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso » (Lc 6,36). È un programma di vita tanto impegnativo quanto ricco di gioia e di pace. L’imperativo di Gesù è rivolto a quanti ascoltano la sua voce (cfr Lc 6,27). Per essere capaci di misericordia, quindi, dobbiamo in primo luogo porci in ascolto della Parola di Dio. Ciò significa recuperare il valore del silenzio per meditare la Parola che ci viene rivolta. In questo modo è possibile contemplare la misericordia di Dio e assumerlo come proprio stile di vita.

14. Il pellegrinaggio è un segno peculiare nell’Anno Santo, perché è icona del cammino che ogni persona compie nella sua esistenza. La vita è un pellegrinaggio e l’essere umano è viator, un pellegrino che percorre una strada fino alla meta agognata. Anche per raggiungere la Porta Santa a Roma e in ogni altro luogo, ognuno dovrà compiere, secondo le proprie forze, un pellegrinaggio. Esso sarà un segno del fatto che anche la misericordia è una meta da raggiungere e che richiede impegno e sacrificio. Il pellegrinaggio, quindi, sia stimolo alla conversione: attraversando la Porta Santa ci lasceremo abbracciare dalla misericordia di Dio e ci impegneremo ad essere misericordiosi con gli altri come il Padre lo è con noi.

Il Signore Gesù indica le tappe del pellegrinaggio attraverso cui è possibile raggiungere questa meta: « Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio » (Lc6,37-38). Dice anzitutto di non giudicare e di non condannare. Se non si vuole incorrere nel giudizio di Dio, nessuno può diventare giudice del proprio fratello. Gli uomini, infatti, con il loro giudizio si fermano alla superficie, mentre il Padre guarda nell’intimo. Quanto male fanno le parole quando sono mosse da sentimenti di gelosia e invidia! Parlare male del fratello in sua assenza equivale a porlo in cattiva luce, a compromettere la sua reputazione e lasciarlo in balia della chiacchiera. Non giudicare e non condannare significa, in positivo, saper cogliere ciò che di buono c’è in ogni persona e non permettere che abbia a soffrire per il nostro giudizio parziale e la nostra presunzione di sapere tutto. Ma questo non è ancora sufficiente per esprimere la misericordia. Gesù chiede anche di perdonare e di donare. Essere strumenti del perdono, perché noi per primi lo abbiamo ottenuto da Dio. Essere generosi nei confronti di tutti, sapendo che anche Dio elargisce la sua benevolenza su di noi con grande magnanimità.

Misericordiosi come il Padre, dunque, è il “motto” dell’Anno Santo. Nella misericordia abbiamo la prova di come Dio ama. Egli dà tutto se stesso, per sempre, gratuitamente, e senza nulla chiedere in cambio. Viene in nostro aiuto quando lo invochiamo. È bello che la preghiera quotidiana della Chiesa inizi con queste parole: « O Dio, vieni a salvarmi, Signore, vieni presto in mio aiuto » (Sal 70,2). L’aiuto che invochiamo è già il primo passo della misericordia di Dio verso di noi. Egli viene a salvarci dalla condizione di debolezza in cui viviamo. E il suo aiuto consiste nel farci cogliere la sua presenza e la sua vicinanza. Giorno per giorno, toccati dalla sua compassione, possiamo anche noi diventare compassionevoli verso tutti.

15. In questo Anno Santo, potremo fare l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica. Quante situazioni di precarietà e sofferenza sono presenti nel mondo di oggi! Quante ferite sono impresse nella carne di tanti che non hanno più voce perché il loro grido si è affievolito e spento a causa dell’indifferenza dei popoli ricchi. In questo Giubileo ancora di più la Chiesa sarà chiamata a curare queste ferite, a lenirle con l’olio della consolazione, fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta. Non cadiamo nell’indifferenza che umilia, nell’abitudinarietà che anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge. Apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto. Le nostre mani stringano le loro mani, e tiriamoli a noi perché sentano il calore della nostra presenza, dell’amicizia e della fraternità. Che il loro grido diventi il nostro e insieme possiamo spezzare la barriera di indifferenza che spesso regna sovrana per nascondere l’ipocrisia e l’egoismo.

È mio vivo desiderio che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina. La predicazione di Gesù ci presenta queste opere di misericordia perché possiamo capire se viviamo o no come suoi discepoli. Riscopriamo le opere di misericordia corporale: dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, accogliere i forestieri, assistere gli ammalati, visitare i carcerati, seppellire i morti. E non dimentichiamo le opere di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti.

Non possiamo sfuggire alle parole del Signore: e in base ad esse saremo giudicati: se avremo dato da mangiare a chi ha fame e da bere a chi ha sete. Se avremo accolto il forestiero e vestito chi è nudo. Se avremo avuto tempo per stare con chi è malato e prigioniero (cfr Mt 25,31-45). Ugualmente, ci sarà chiesto se avremo aiutato ad uscire dal dubbio che fa cadere nella paura e che spesso è fonte di solitudine; se saremo stati capaci di vincere l’ignoranza in cui vivono milioni di persone, soprattutto i bambini privati dell’aiuto necessario per essere riscattati dalla povertà; se saremo stati vicini a chi è solo e afflitto; se avremo perdonato chi ci offende e respinto ogni forma di rancore e di odio che porta alla violenza; se avremo avuto pazienza sull’esempio di Dio che è tanto paziente con noi; se, infine, avremo affidato al Signore nella preghiera i nostri fratelli e sorelle. In ognuno di questi “più piccoli” è presente Cristo stesso. La sua carne diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato, flagellato, denutrito, in fuga… per essere da noi riconosciuto, toccato e assistito con cura. Non dimentichiamo le parole di san Giovanni della Croce: « Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore ».[12]

16. Nel Vangelo di Luca troviamo un altro aspetto importante per vivere con fede il Giubileo. Racconta l’evangelista che Gesù, un sabato, ritornò a Nazaret e, come era solito fare, entrò nella Sinagoga. Lo chiamarono a leggere la Scrittura e commentarla. Il passo era quello del profeta Isaia dove sta scritto: « Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di misericordia del Signore » (61,1-2). “Un anno di misericordia”: è questo quanto viene annunciato dal Signore e che noi desideriamo vivere. Questo Anno Santo porta con sé la ricchezza della missione di Gesù che risuona nelle parole del Profeta: portare una parola e un gesto di consolazione ai poveri, annunciare la liberazione a quanti sono prigionieri delle nuove schiavitù della società moderna, restituire la vista a chi non riesce più a vedere perché curvo su sé stesso, e restituire dignità a quanti ne sono stati privati. La predicazione di Gesù si rende di nuovo visibile nelle risposte di fede che la testimonianza dei cristiani è chiamata ad offrire. Ci accompagnino le parole dell’Apostolo: « Chi fa opere di misericordia, le compia con gioia » (Rm 12,8).

17. La Quaresima di questo Anno Giubilare sia vissuta più intensamente come momento forte per celebrare e sperimentare la misericordia di Dio. Quante pagine della Sacra Scrittura possono essere meditate nelle settimane della Quaresima per riscoprire il volto misericordioso del Padre! Con le parole del profeta Michea possiamo anche noi ripetere: Tu, o Signore, sei un Dio che toglie l’iniquità e perdona il peccato, che non serbi per sempre la tua ira, ma ti compiaci di usare misericordia. Tu, Signore, ritornerai a noi e avrai pietà del tuo popolo. Calpesterai le nostre colpe e getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati (cfr 7,18-19).

Le pagine del profeta Isaia potranno essere meditate più concretamente in questo tempo di preghiera, digiuno e carità: « Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”. Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio. Ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono » (58,6-11).

L’iniziativa “24 ore per il Signore”, da celebrarsi nel venerdì e sabato che precedono la IV domenica di Quaresima, è da incrementare nelle Diocesi. Tante persone si stanno riavvicinando al sacramento della Riconciliazione e tra questi molti giovani, che in tale esperienza ritrovano spesso il cammino per ritornare al Signore, per vivere un momento di intensa preghiera e riscoprire il senso della propria vita. Poniamo di nuovo al centro con convinzione il sacramento della Riconciliazione, perché permette di toccare con mano la grandezza della misericordia. Sarà per ogni penitente fonte di vera pace interiore.

Non mi stancherò mai di insistere perché i confessori siano un vero segno della misericordia del Padre. Non ci si improvvisa confessori. Lo si diventa quando, anzitutto, ci facciamo noi per primi penitenti in cerca di perdono. Non dimentichiamo mai che essere confessori significa partecipare della stessa missione di Gesù ed essere segno concreto della continuità di un amore divino che perdona e che salva. Ognuno di noi ha ricevuto il dono dello Spirito Santo per il perdono dei peccati, di questo siamo responsabili. Nessuno di noi è padrone del Sacramento, ma un fedele servitore del perdono di Dio. Ogni confessore dovrà accogliere i fedeli come il padre nella parabola del figlio prodigo: un padre che corre incontro al figlio nonostante avesse dissipato i suoi beni. I confessori sono chiamati a stringere a sé quel figlio pentito che ritorna a casa e ad esprimere la gioia per averlo ritrovato. Non si stancheranno di andare anche verso l’altro figlio rimasto fuori e incapace di gioire, per spiegargli che il suo giudizio severo è ingiusto, e non ha senso dinanzi alla misericordia del Padre che non ha confini. Non porranno domande impertinenti, ma come il padre della parabola interromperanno il discorso preparato dal figlio prodigo, perché sapranno cogliere nel cuore di ogni penitente l’invocazione di aiuto e la richiesta di perdono. Insomma, i confessori sono chiamati ad essere sempre, dovunque, in ogni situazione e nonostante tutto, il segno del primato della misericordia.

18. Nella Quaresima di questo Anno Santo ho l’intenzione di inviare i Missionari della Misericordia. Saranno un segno della sollecitudine materna della Chiesa per il Popolo di Dio, perché entri in profondità nella ricchezza di questo mistero così fondamentale per la fede. Saranno sacerdoti a cui darò l’autorità di perdonare anche i peccati che sono riservati alla Sede Apostolica, perché sia resa evidente l’ampiezza del loro mandato. Saranno, soprattutto, segno vivo di come il Padre accoglie quanti sono in ricerca del suo perdono. Saranno dei missionari della misericordia perché si faranno artefici presso tutti di un incontro carico di umanità, sorgente di liberazione, ricco di responsabilità per superare gli ostacoli e riprendere la vita nuova del Battesimo. Si lasceranno condurre nella loro missione dalle parole dell’Apostolo: « Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti » (Rm 11,32). Tutti infatti, nessuno escluso, sono chiamati a cogliere l’appello alla misericordia. I missionari vivano questa chiamata sapendo di poter fissare lo sguardo su Gesù, « sommo sacerdote misericordioso e degno di fede » (Eb 2,17).

Chiedo ai confratelli Vescovi di invitare e di accogliere questi Missionari, perché siano anzitutto predicatori convincenti della misericordia. Si organizzino nelle Diocesi delle “missioni al popolo”, in modo che questi Missionari siano annunciatori della gioia del perdono. Si chieda loro di celebrare il sacramento della Riconciliazione per il popolo, perché il tempo di grazia donato nell’Anno Giubilare permetta a tanti figli lontani di ritrovare il cammino verso la casa paterna. I Pastori, specialmente durante il tempo forte della Quaresima, siano solleciti nel richiamare i fedeli ad accostarsi « al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia » (Eb 4,16).

19. La parola del perdono possa giungere a tutti e la chiamata a sperimentare la misericordia non lasci nessuno indifferente. Il mio invito alla conversione si rivolge con ancora più insistenza verso quelle persone che si trovano lontane dalla grazia di Dio per la loro condotta di vita. Penso in modo particolare agli uomini e alle donne che appartengono a un gruppo criminale, qualunque esso sia. Per il vostro bene, vi chiedo di cambiare vita. Ve lo chiedo nel nome del Figlio di Dio che, pur combattendo il peccato, non ha mai rifiutato nessun peccatore. Non cadete nella terribile trappola di pensare che la vita dipende dal denaro e che di fronte ad esso tutto il resto diventa privo di valore e di dignità. È solo un’illusione. Non portiamo il denaro con noi nell’al di là. Il denaro non ci dà la vera felicità. La violenza usata per ammassare soldi che grondano sangue non rende potenti né immortali. Per tutti, presto o tardi, viene il giudizio di Dio a cui nessuno potrà sfuggire.

Lo stesso invito giunga anche alle persone fautrici o complici di corruzione. Questa piaga putrefatta della società è un grave peccato che grida verso il cielo, perché mina fin dalle fondamenta la vita personale e sociale. La corruzione impedisce di guardare al futuro con speranza, perché con la sua prepotenza e avidità distrugge i progetti dei deboli e schiaccia i più poveri. È un male che si annida nei gesti quotidiani per estendersi poi negli scandali pubblici. La corruzione è un accanimento nel peccato, che intende sostituire Dio con l’illusione del denaro come forma di potenza. È un’opera delle tenebre, sostenuta dal sospetto e dall’intrigo. Corruptio optimi pessima, diceva con ragione san Gregorio Magno, per indicare che nessuno può sentirsi immune da questa tentazione. Per debellarla dalla vita personale e sociale sono necessarie prudenza, vigilanza, lealtà, trasparenza, unite al coraggio della denuncia. Se non la si combatte apertamente, presto o tardi rende complici e distrugge l’esistenza.

Questo è il momento favorevole per cambiare vita! Questo è il tempo di lasciarsi toccare il cuore. Davanti al male commesso, anche a crimini gravi, è il momento di ascoltare il pianto delle persone innocenti depredate dei beni, della dignità, degli affetti, della stessa vita. Rimanere sulla via del male è solo fonte di illusione e di tristezza. La vera vita è ben altro. Dio non si stanca di tendere la mano. È sempre disposto ad ascoltare, e anch’io lo sono, come i miei fratelli vescovi e sacerdoti. È sufficiente solo accogliere l’invito alla conversione e sottoporsi alla giustizia, mentre la Chiesa offre la misericordia.

20. Non sarà inutile in questo contesto richiamare al rapporto tra giustizia e misericordia. Non sono due aspetti in contrasto tra di loro, ma due dimensioni di un’unica realtà che si sviluppa progressivamente fino a raggiungere il suo apice nella pienezza dell’amore. La giustizia è un concetto fondamentale per la società civile quando, normalmente, si fa riferimento a un ordine giuridico attraverso il quale si applica la legge. Per giustizia si intende anche che a ciascuno deve essere dato ciò che gli è dovuto. Nella Bibbia, molte volte si fa riferimento alla giustizia divina e a Dio come giudice. La si intende di solito come l’osservanza integrale della Legge e il comportamento di ogni buon israelita conforme ai comandamenti dati da Dio. Questa visione, tuttavia, ha portato non poche volte a cadere nel legalismo, mistificando il senso originario e oscurando il valore profondo che la giustizia possiede. Per superare la prospettiva legalista, bisognerebbe ricordare che nella Sacra Scrittura la giustizia è concepita essenzialmente come un abbandonarsi fiducioso alla volontà di Dio.

Da parte sua, Gesù parla più volte dell’importanza della fede, piuttosto che dell’osservanza della legge. È in questo senso che dobbiamo comprendere le sue parole quando, trovandosi a tavola con Matteo e altri pubblicani e peccatori, dice ai farisei che lo contestavano: « Andate e imparate che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori » (Mt 9,13). Davanti alla visione di una giustizia come mera osservanza della legge, che giudica dividendo le persone in giusti e peccatori, Gesù punta a mostrare il grande dono della misericordia che ricerca i peccatori per offrire loro il perdono e la salvezza. Si comprende perché, a causa di questa sua visione così liberatrice e fonte di rinnovamento, Gesù sia stato rifiutato dai farisei e dai dottori della legge. Questi per essere fedeli alla legge ponevano solo pesi sulle spalle delle persone, vanificando però la misericordia del Padre. Il richiamo all’osservanza della legge non può ostacolare l’attenzione per le necessità che toccano la dignità delle persone.

Il richiamo che Gesù fa al testo del profeta Osea – « voglio l’amore e non il sacrificio » (6,6) – è molto significativo in proposito. Gesù afferma che d’ora in avanti la regola di vita dei suoi discepoli dovrà essere quella che prevede il primato della misericordia, come Lui stesso testimonia, condividendo il pasto con i peccatori. La misericordia, ancora una volta, viene rivelata come dimensione fondamentale della missione di Gesù. Essa è una vera sfida dinanzi ai suoi interlocutori che si fermavano al rispetto formale della legge. Gesù, invece, va oltre la legge; la sua condivisione con quelli che la legge considerava peccatori fa comprendere fin dove arriva la sua misericordia.

Anche l’apostolo Paolo ha fatto un percorso simile. Prima di incontrare Cristo sulla via di Damasco, la sua vita era dedicata a perseguire in maniera irreprensibile la giustizia della legge (cfr Fil3,6). La conversione a Cristo lo portò a ribaltare la sua visione, a tal punto che nella Lettera ai Galati afferma: « Abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge » (2,16). La sua comprensione della giustizia cambia radicalmente. Paolo ora pone al primo posto la fede e non più la legge. Non è l’osservanza della legge che salva, ma la fede in Gesù Cristo, che con la sua morte e resurrezione porta la salvezza con la misericordia che giustifica. La giustizia di Dio diventa adesso la liberazione per quanti sono oppressi dalla schiavitù del peccato e di tutte le sue conseguenze. La giustizia di Dio è il suo perdono (cfr Sal 51,11-16).

21. La misericordia non è contraria alla giustizia ma esprime il comportamento di Dio verso il peccatore, offrendogli un’ulteriore possibilità per ravvedersi, convertirsi e credere. L’esperienza del profeta Osea ci viene in aiuto per mostrarci il superamento della giustizia nella direzione della misericordia. L’epoca di questo profeta è tra le più drammatiche della storia del popolo ebraico. Il Regno è vicino alla distruzione; il popolo non è rimasto fedele all’alleanza, si è allontanato da Dio e ha perso la fede dei Padri. Secondo una logica umana, è giusto che Dio pensi di rifiutare il popolo infedele: non ha osservato il patto stipulato e quindi merita la dovuta pena, cioè l’esilio. Le parole del profeta lo attestano: « Non ritornerà al paese d’Egitto, ma Assur sarà il suo re, perché non hanno voluto convertirsi » (Os 11,5). Eppure, dopo questa reazione che si richiama alla giustizia, il profeta modifica radicalmente il suo linguaggio e rivela il vero volto di Dio: « Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Èfraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò da te nella mia ira » (11,8-9). Sant’Agostino, quasi a commentare le parole del profeta dice: « È più facile che Dio trattenga l’ira più che la misericordia ».[13] È proprio così. L’ira di Dio dura un istante, mentre la sua misericordia dura in eterno.

Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge. La giustizia da sola non basta, e l’esperienza insegna che appellarsi solo ad essa rischia di distruggerla. Per questo Dio va oltre la giustizia con la misericordia e il perdono. Ciò non significa svalutare la giustizia o renderla superflua, al contrario. Chi sbaglia dovrà scontare la pena. Solo che questo non è il fine, ma l’inizio della conversione, perché si sperimenta la tenerezza del perdono. Dio non rifiuta la giustizia. Egli la ingloba e supera in un evento superiore dove si sperimenta l’amore che è a fondamento di una vera giustizia. Dobbiamo prestare molta attenzione a quanto scrive Paolo per non cadere nello stesso errore che l’Apostolo rimproverava ai Giudei suoi contemporanei: « Ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio. Ora, il termine della Legge è Cristo, perché la giustizia sia data a chiunque crede » (Rm 10,3-4). Questa giustizia di Dio è la misericordia concessa a tutti come grazia in forza della morte e risurrezione di Gesù Cristo. La Croce di Cristo, dunque, è il giudizio di Dio su tutti noi e sul mondo, perché ci offre la certezza dell’amore e della vita nuova.

22. Il Giubileo porta con sé anche il riferimento all’indulgenza. Nell’Anno Santo della Misericordia essa acquista un rilievo particolare. Il perdono di Dio per i nostri peccati non conosce confini. Nella morte e risurrezione di Gesù Cristo, Dio rende evidente questo suo amore che giunge fino a distruggere il peccato degli uomini. Lasciarsi riconciliare con Dio è possibile attraverso il mistero pasquale e la mediazione della Chiesa. Dio quindi è sempre disponibile al perdono e non si stanca mai di offrirlo in maniera sempre nuova e inaspettata. Noi tutti, tuttavia, facciamo esperienza del peccato. Sappiamo di essere chiamati alla perfezione (cfr Mt 5,48), ma sentiamo forte il peso del peccato. Mentre percepiamo la potenza della grazia che ci trasforma, sperimentiamo anche la forza del peccato che ci condiziona. Nonostante il perdono, nella nostra vita portiamo le contraddizioni che sono la conseguenza dei nostri peccati. Nel sacramento della Riconciliazione Dio perdona i peccati, che sono davvero cancellati; eppure, l’impronta negativa che i peccati hanno lasciato nei nostri comportamenti e nei nostri pensieri rimane. La misericordia di Dio però è più forte anche di questo. Essa diventa indulgenza del Padre che attraverso la Sposa di Cristo raggiunge il peccatore perdonato e lo libera da ogni residuo della conseguenza del peccato, abilitandolo ad agire con carità, a crescere nell’amore piuttosto che ricadere nel peccato.

La Chiesa vive la comunione dei Santi. Nell’Eucaristia questa comunione, che è dono di Dio, si attua come unione spirituale che lega noi credenti con i Santi e i Beati il cui numero è incalcolabile (cfr Ap 7,4). La loro santità viene in aiuto alla nostra fragilità, e così la Madre Chiesa è capace con la sua preghiera e la sua vita di venire incontro alla debolezza di alcuni con la santità di altri. Vivere dunque l’indulgenza nell’Anno Santo significa accostarsi alla misericordia del Padre con la certezza che il suo perdono si estende su tutta la vita del credente. Indulgenza è sperimentare la santità della Chiesa che partecipa a tutti i benefici della redenzione di Cristo, perché il perdono sia esteso fino alle estreme conseguenze a cui giunge l’amore di Dio. Viviamo intensamente il Giubileo chiedendo al Padre il perdono dei peccati e l’estensione della sua indulgenza misericordiosa.

23. La misericordia possiede una valenza che va oltre i confini della Chiesa. Essa ci relaziona all’Ebraismo e all’Islam, che la considerano uno degli attributi più qualificanti di Dio. Israele per primo ha ricevuto questa rivelazione, che permane nella storia come inizio di una ricchezza incommensurabile da offrire all’intera umanità. Come abbiamo visto, le pagine dell’Antico Testamento sono intrise di misericordia, perché narrano le opere che il Signore ha compiuto a favore del suo popolo nei momenti più difficili della sua storia. L’Islam, da parte sua, tra i nomi attribuiti al Creatore pone quello di Misericordioso e Clemente. Questa invocazione è spesso sulle labbra dei fedeli musulmani, che si sentono accompagnati e sostenuti dalla misericordia nella loro quotidiana debolezza. Anch’essi credono che nessuno può limitare la misericordia divina perché le sue porte sono sempre aperte.

Questo Anno Giubilare vissuto nella misericordia possa favorire l’incontro con queste religioni e con le altre nobili tradizioni religiose; ci renda più aperti al dialogo per meglio conoscerci e comprenderci; elimini ogni forma di chiusura e di disprezzo ed espella ogni forma di violenza e di discriminazione.

24. Il pensiero ora si volge alla Madre della Misericordia. La dolcezza del suo sguardo ci accompagni in questo Anno Santo, perché tutti possiamo riscoprire la gioia della tenerezza di Dio. Nessuno come Maria ha conosciuto la profondità del mistero di Dio fatto uomo. Tutto nella sua vita è stato plasmato dalla presenza della misericordia fatta carne. La Madre del Crocifisso Risorto è entrata nel santuario della misericordia divina perché ha partecipato intimamente al mistero del suo amore.

Scelta per essere la Madre del Figlio di Dio, Maria è stata da sempre preparata dall’amore del Padre per essere Arca dell’Alleanza tra Dio e gli uomini. Ha custodito nel suo cuore la divina misericordia in perfetta sintonia con il suo Figlio Gesù. Il suo canto di lode, sulla soglia della casa di Elisabetta, fu dedicato alla misericordia che si estende « di generazione in generazione » (Lc1,50). Anche noi eravamo presenti in quelle parole profetiche della Vergine Maria. Questo ci sarà di conforto e di sostegno mentre attraverseremo la Porta Santa per sperimentare i frutti della misericordia divina.

Presso la croce, Maria insieme a Giovanni, il discepolo dell’amore, è testimone delle parole di perdono che escono dalle labbra di Gesù. Il perdono supremo offerto a chi lo ha crocifisso ci mostra fin dove può arrivare la misericordia di Dio. Maria attesta che la misericordia del Figlio di Dio non conosce confini e raggiunge tutti senza escludere nessuno. Rivolgiamo a lei la preghiera antica e sempre nuova della Salve Regina, perché non si stanchi mai di rivolgere a noi i suoi occhi misericordiosi e ci renda degni di contemplare il volto della misericordia, suo Figlio Gesù.

La nostra preghiera si estenda anche ai tanti Santi e Beati che hanno fatto della misericordia la loro missione di vita. In particolare il pensiero è rivolto alla grande apostola della misericordia, santa Faustina Kowalska. Lei, che fu chiamata ad entrare nelle profondità della divina misericordia, interceda per noi e ci ottenga di vivere e camminare sempre nel perdono di Dio e nell’incrollabile fiducia nel suo amore.

25. Un Anno Santo straordinario, dunque, per vivere nella vita di ogni giorno la misericordia che da sempre il Padre estende verso di noi. In questo Giubileo lasciamoci sorprendere da Dio. Lui non si stanca mai di spalancare la porta del suo cuore per ripetere che ci ama e vuole condividere con noi la sua vita. La Chiesa sente in maniera forte l’urgenza di annunciare la misericordia di Dio. La sua vita è autentica e credibile quando fa della misericordia il suo annuncio convinto. Essa sa che il suo primo compito, soprattutto in un momento come il nostro colmo di grandi speranze e forti contraddizioni, è quello di introdurre tutti nel grande mistero della misericordia di Dio, contemplando il volto di Cristo. La Chiesa è chiamata per prima ad essere testimone veritiera della misericordia professandola e vivendola come il centro della Rivelazione di Gesù Cristo. Dal cuore della Trinità, dall’intimo più profondo del mistero di Dio, sgorga e scorre senza sosta il grande fiume della misericordia. Questa fonte non potrà mai esaurirsi, per quanti siano quelli che vi si accostano. Ogni volta che ognuno ne avrà bisogno, potrà accedere ad essa, perché la misericordia di Dio è senza fine. Tanto è imperscrutabile la profondità del mistero che racchiude, tanto è inesauribile la ricchezza che da essa proviene.

In questo Anno Giubilare la Chiesa si faccia eco della Parola di Dio che risuona forte e convincente come una parola e un gesto di perdono, di sostegno, di aiuto, di amore. Non si stanchi mai di offrire misericordia e sia sempre paziente nel confortare e perdonare. La Chiesa si faccia voce di ogni uomo e ogni donna e ripeta con fiducia e senza sosta: « Ricordati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre » (Sal 25,6).

Dato a Roma, presso San Pietro, l’11 aprile, Vigilia della II Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia, dell’Anno del Signore 2015, terzo di pontificato.

Franciscus

[1] Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Dei Verbum, 4.[2] Discorso di apertura del Conc. Ecum. Vat. II, Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962, 2-3.

[3] Allocuzione nell’ultima sessione pubblica, 7 dicembre 1965.

[4] Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen Gentium, 16; Cost. past. Gaudium et spes, 15.

[5] Tommaso D’aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 30, a. 4.

[6] XXVI Domenica del Tempo Ordinario. Questa colletta appare già, nell’VIII secolo, tra i testi eucologici del Sacramentario Gelasiano (1198).

[7] Cfr Om. 21: CCL 122, 149-151.

[8] Esort. ap. Evangelii gaudium, 24.

[9] N. 2.

[10] Lett. Enc. Dives in misericordia,15.

[11] Ibid., 13.

[12] Parole di luce e di amore, 57.

[13] Enarr. in Ps. 76, 11.

 

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Preghiere a Gesù Bambino

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Lodi e Adorazione a Gesù Bambino di Praga

A te onore e adorazione, o dolce Bambino Gesù. Lode a te, o Salvatore del Mondo, che nelle nostre tenebre mandasti la tua luce e ci spogliasti dal manto della colpa vestendoci della veste dell’innocenza: che continuamente offri al nostro spirito il sale della celeste sapienza e Te stesso ci porgi per cibo della vita Eterna.
A te onore e adorazione, dolce Bambino Gesù! Lode a te o Salvatore del Mondo che semini nel campo dell’anima nostra, la semente della vita eterna; che innesti nell’albero degno di condanna della nostra esistenza il ramoscello meraviglioso della tua grazia.

Gloria Patri

 

S.Bambino-di-Aracoeli-Roma

Preghiera a Gesù Bambino dell’Aracoeli

incoronato dal Capitolo Vaticano il 2 maggio 1897

Amabilissimo nostro Signore Gesù Cristo, che fatto per noi Bambino, voleste nascere in una grotta per liberarci dalle tenebre del peccato, per attirarci a Voi, ed accenderci del vostro santo amore, vi adoriamo per nostro Creatore e Redentore; vi riconosciamo e vogliamo per nostro Re e Signore, e per tributo vi offriamo tutti gli affetti del nostro povero cuore.
Caro Gesù, Signore e Dio nostro degnatevi di accettare quest’offerta, e affinché sia degna del vostro gradimento, perdonateci le nostre colpe, illuminateci, infiammateci di quel fuoco santo, che siete venuto a portare nel mondo per accenderlo, nei nostri cuori.
Divenga per tal modo l’anima nostra un sacrifizio perpetuo in vostro onore; fate che essa cerchi sempre la vostra maggior gloria qui in terra, affinché venga un giorno a godere delle vostre infinite bellezze in Cielo. Così sia.

Cento giorni d’indulgenza applicabili anche alle anime del Purgatorio (Leone XIII, 18 gennaio 1894)

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Santa Pasqua 2015

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Alla vittima pasquale, s’innalzi oggi il sacrificio di lode.
L’agnello ha redento il suo gregge,
l’Innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre.
Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello.
Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa.
“Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?”.
“La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto,
e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti.
Cristo, mia speranza, è risorto; e vi precede in Galilea”.
Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto.
Tu, Re vittorioso, portaci la tua salvezza.

***

Auguri di una serena e Santa Pasqua a tutti!

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Le quindici promesse del Santo Rosario

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È l’anno 1475 quando il frate domenicano Alano della Rupe mette nero su bianco gli eventi miracolosi di cui è stato protagonista qualche anno prima: in particolare ciò che la Madonna aveva promesso «a tutti quelli che reciteranno devotamente il mio Rosario»

di Pina Baglioni

«Uno che pregava il Salterio della Vergine Maria fu assalito per sette interi anni, a volte con i sensi e altre materialmente, da spaventose tentazioni dei demoni. Ed egli in quasi tutti questi anni, non ebbe nessuna consolazione, neanche una minima. Per misericordia di Dio infine gli apparve la Regina di Clemenza, la quale accompagnata da alcuni santi, visitandolo di quando in quando, essendo stata abbattuta la tentazione da lei in persona, lo liberò dal pericolo […] e affidò a lui l’incarico di predicare questo Rosario». È l’inizio dell’anno 1475 quando il frate domenicano Alano della Rupe decide di mettere nero su bianco gli eventi miracolosi di cui è stato protagonista qualche anno prima. In quel momento si trova a Lilla, dove partecipa, come maestro di teologia, al capitolo della Congregazione riformata di Olanda.
Si mette a scrivere il suo memoriale giusto in tempo: l’8 settembre di quello stesso anno, infatti, il frate domenicano muore in odore di santità nel convento di Zwolle, in Olanda, a 47 anni, consegnando al popolo cristiano un tesoro di inestimabile valore ricevuto direttamente dalla Vergine Maria durante una delle sue apparizioni: quindici promesse «per tutti quelli che reciteranno devotamente il mio Rosario».
Ma chi era Alano della Rupe per guadagnarsi così tanto affetto e predilezione? Un nome, il suo, conosciuto probabilmente solo dagli storici dell’Ordine domenicano. Nato in Bretagna nel 1428, era stato accolto tra i seguaci di san Domenico presso il monastero di Dinan, diocesi di Saint-Malo. Là, assai giovane, aveva emesso la professione religiosa per poi trasferirsi, dopo qualche tempo, al convento di Lilla. Dopo gli studi di filosofia e teologia al collegio San Giacomo di Parigi, aveva ottenuto, nel 1459, dal capitolo generale dell’Ordine, l’incarico di insegnare per l’anno scolastico 1460-61. Nel frattempo c’era stata anche una visita a Lilla, nel 1460, dove era stato nominato membro della Congregazione riformata di Olanda per tentare di ricondurre i conventi alla regolare osservanza.

«Quando santa Maria lo salvò»
In quegli anni carichi di impegni, la fama di grande teologo si era sparsa per tutto l’Ordine. Ma ancora di più quella legata alla sua straordinaria devozione alla Madonna. «Il detto padre… per lungo tempo fu solito offrire il Rosario di Maria, in un’assidua devozione quotidiana a Dio, attraverso l’avvocata Maria, Madre di Dio» scrive Alano, parlando di sé in terza persona, trascorrendo dunque «una vita sicura con Dio nell’Istituto della sua vocazione». Quello stato di grazia, purtroppo, non durò a lungo. Alano racconta che, a partire dal 1457, «dalla grandissima importuna molestia d’altre tentazioni e da lotte assai crudeli fu tanto afflitto, e dovette combattere». «Infatti, Dio così permettendo (come lui solo poteva farlo uscire dalla tentazione: cosa che la Chiesa conosce per esperienza, e anche oggi soffre), ecco che fu tentato per sette anni interi assai crudelmente dal diavolo, fu battuto dalle sferze, e ricevette duramente percosse con fruste».
La vita del religioso si era trasformata in un vero e proprio calvario. Tanto che, in un giorno imprecisato dell’anno 1464, mentre dimorava, come lettore, nel convento della cittadella francese di Douai, decise addirittura di togliersi la vita. «Una volta stava in una lucida disperazione dell’anima, nella chiesa del suo Sacro Ordine» scrive Alano. «Già, infatti, ahimè, la mano tesa del tentato, avendo estratto il coltello, piegò il braccio e con la lama affilata, scagliò alla propria gola un colpo così deciso e certo per la morte, che di certo avrebbe causato, senza alcun indugio o dubbio, il taglio della gola». Ma nel momento in cui tutto sembrava ormai compromesso, accadde qualcosa, all’improvviso. «Si avvicinò, misericordiosissima, la salvatrice Maria, e con un colpo deciso, in soccorso a lui, afferra il suo braccio, non gli permette di farlo, dà uno schiaffo al disperato, e dice: “Che fai, o misero? Se tu avessi richiesto il mio aiuto, come hai fatto altre volte, non saresti incorso in così grande pericolo”. Detto questo svanì, e il misero rimase da solo».

Le quindici Promesse
Dopo quella prima apparizione le cose non cambiarono affatto. Anzi, peggiorarono: le tentazioni si erano ripresentate così assillanti da fargli maturare l’idea di abbandonare la vita religiosa. Come se non bastasse, si era anche ammalato gravemente tanto da convincere i suoi confratelli a dargli l’estrema unzione. Ma una notte, mentre «giaceva miseramente in ardentissimi gemiti» si mise a invocare la Vergine Maria. E per la seconda volta lei gli fece visita. Una luce accecante «tra la decima e l’undicesima ora» illuminò allora la sua cella e «apparve maestosa la Beatissima Vergine Maria, che lo salutò dolcissimamente». Da vera mamma, la Madonna si era chinata a curare le infermità del pover’uomo. Gli appese al collo una catena intrecciata dei suoi capelli dalla quale pendevano centocinquanta pietre preziose, inframezzate da altre quindici «secondo il numero del suo Rosario», annota il frate. Maria stabilì un legame non solo con lui, ma esteso «in modo spirituale e invisibile a coloro che recitano devotamente il suo Rosario».
E a quel punto la Madonna gli disse: «Gioisci allora e rallegrati, o sposo, poiché mi hai fatto gioire tante volte, quante volte mi hai salutato nel mio Rosario. Eppure, mentre io ero felice, tu molto spesso eri angosciato […], ma perché? Avevo stabilito di darti cose dolci, perciò per molti anni portavo a te cose amare […] Orsù, gioisci ora».
E così fu: dopo sette anni d’inferno, ecco che per Alano iniziava un’altra vita: «Nel recitare il Rosario di Maria era particolarmente luminoso, di un’ammirevole letizia unita a un’inesplicabile gioia». E un giorno, proprio mentre stava pregando, ecco che la Vergine, di nuovo «si degnò di fargli molte brevissime rivelazioni», annota. «Esse sono qui di seguito, e le parole sono della Madre di Dio:

1. A tutti quelli che reciteranno devotamente il mio Rosario, io prometto la mia protezione speciale e grandissime grazie.
2. Colui che persevererà nella recitazione del mio Rosario riceverà qualche grazia insigne.
3. Il Rosario sarà una difesa potentissima contro l’inferno; distruggerà i vizi, libererà dal peccato, dissiperà le eresie.
4. Il Rosario farà fiorire le virtù e le buone opere e otterrà alle anime le più abbondanti misericordie divine; sostituirà nei cuori l’amore di Dio all’amore del mondo, elevandoli al desiderio dei beni celesti ed eterni. Quante anime si santificheranno con questo mezzo!
5. Colui che si affida a me con il Rosario, non perirà.
6. Colui che reciterà devotamente il mio Rosario, meditando i suoi misteri, non sarà oppresso dalla disgrazia. Peccatore, si convertirà; giusto, crescerà in grazia e diverrà degno della vita eterna.
7. I veri devoti del mio Rosario non moriranno senza i Sacramenti della Chiesa.
8. Coloro che recitano il mio Rosario troveranno durante la loro vita e alla loro morte la luce di Dio, la pienezza delle sue grazie e parteciperanno dei meriti dei beati.
9. Libererò molto prontamente dal purgatorio le anime devote del mio Rosario.
10. I veri figli del mio Rosario godranno di una grande gloria in cielo.
11. Quello che chiederete con il mio Rosario, lo otterrete.
12. Coloro che diffonderanno il mio Rosario saranno soccorsi da me in tutte le loro necessità.
13. Io ho ottenuto da mio Figlio che tutti i membri della Confraternita del Rosario abbiano per fratelli durante la vita e nell’ora della morte i santi del cielo.
14. Coloro che recitano fedelmente il mio Rosario sono tutti miei figli amatissimi, fratelli e sorelle di Gesù Cristo.
15. La devozione al mio Rosario è un grande segno di predestinazione.

Dopo la “consegna” delle quindici promesse, la Vergine si congedò chiedendo ad Alano un gesto di ubbidienza: «Predica le cose che hai visto e ascoltato. Non avere alcun timore: io sono con te: aiuterò te e tutti i miei salmodianti. Io castigherò coloro che si opporranno a te ».
E Alano prontamente ubbidì: dal biennio 1464-1465, periodo delle apparizioni, fino alla sua morte, il domenicano non farà altro che diffondere, con la predicazione, l’amata devozione mariana e istituire le relative Confraternite. Tanto da convincere, nel 1474, il capitolo dei domenicani di Olanda a prescrivere, per la prima volta, la recita del Rosario come preghiera da recitarsi per i vivi e per i morti. E sempre in quell’anno, a Francoforte, nella chiesa dei Domenicani, veniva eretto il primo altare per una Confraternita del Rosario.
Intanto, nell’ultimo anno di vita, il 1475, Alano si mise a scrivere l’Apologia del Rosario di Maria, destinata a un tal Ferrico, vescovo di Tournai, per raccontare tutto quello che gli era accaduto undici anni prima. Prima di tornare a Rostock dove avrebbe dovuto iniziare l’anno scolastico, si fermò a Zwolle. Là, il 15 di agosto, festa dell’Assunzione di Maria Santissima, si ammalò gravemente.
Circondato dai confratelli, che già da tempo lo consideravano beato, morì alla vigilia della festa della Natività della Beata Vergine Maria che cade l’8 settembre.

Fonte: 30 giorni n.9 – 2007.  http://www.30giorni.it/articoli_id_15453_l1.htm

 La Madonna del Rosario, particolare, Caravaggio, Kunsthistorisches Museum, Vienna

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Il Bambino che brucia

Titolo originale “The Burning Baby”

Titolo originale “The Burning Baby”

Una bianca notte d’inverno, tremando nella neve,
Fui sorpreso da un improvviso calore che m’infiammava il cuore;
E alzando gli occhi timorosi per vedere quale fuoco avessi vicino
Un bel bambino raggiante mi apparve nell’aria
Che arso dall’eccessivo calore, versava fiumi di lacrime
E sembrava che quei fiotti potessero spegnere la fiamma che alimentava il suo pianto.
“Ahimé” disse “appena nato mi consumo in fiamme ardenti,
eppure nessuno si avvicina a riscaldarsi il cuore o a sentire il mio fuoco!
Il mio petto innocente è la fornace, la legna ha rovi laceranti,
Amore è il fuoco, il fumo son sospiri, le ceneri insulti e scherno;
Giustizia porta la legna e misericordia soffia sui carboni;
il metallo lavorato in questa fornace sono le profanate anime degli uomini;
e come ora io sono per esse infiammato per modellarle al loro bene,
così mi scioglierò in un bagno per lavarle nel mio sangue”.
Dette queste parole sparì alla mia vista dissolvendosi d’improvviso,
e subito mi ricordai che era il giorno di Natale.

di Robert Southwell (1561-95)

***

Robert Southwell (Horsham St Faith, 1561 – Tyburn, 21 febbraio 1595) è stato un presbitero e poeta inglese, appartenente all’ordine dei Gesuiti. Morto martire per la fede cristiana, è venerato come santo dalla Chiesa cattolica.
Era il più giovane di otto figli. Educato a Douai, ha viaggiato a Parigi, dove è venuto sotto la tutela del gesuita Thomas Darbyshire. Nel 1580 entrò a far parte della Compagnia di Gesù, dopo due anni di studio presso il Noviziato di Tournee. Si trasferì a Roma, dove, nonostante la giovane età, è stato prefetto degli studi presso il Collegio Inglese a Roma dei Gesuiti.
Fu ordinato sacerdote nel 1584 e mandato in Inghilterra nel 1586 come missionario con Henry Garnett pur essendo in vigore il decreto della regina Elisabetta che vietava ai sacerdoti cattolici di soggiornare più di 40 giorni in Inghilterra, pena la morte. Svolse il suo lavoro missionario come clandestino, fu cappellano della contessa di Arundel. Fu denunciato nel 1595 e accusato di tradimento; fu giustiziato il 20 febbraio 1595 a Tyburn.
Beatificato nel 1929, fu canonizzato da papa Paolo VI il 25 ottobre 1970 insieme ai Quaranta Martiri di Inghilterra e Galles. «Sempre a Londra, san Roberto Southwell, sacerdote della Compagnia di Gesù e martire, che svolse per molti anni il suo ministero in questa città e nella regione limitrofa e compose inni spirituali; arrestato per il suo sacerdozio, per ordine della stessa regina fu torturato con grande crudeltà e a Tyburn coronò il suo martirio con l’impiccagione.» (Martirologio Romano)

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“Alla grotta di Betlemme” – Allocutio Mons. Virgilio La Rosa

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Legio Mariae – Senatus di Roma, Allocutio di Mons. Virgilio La Rosa, dicembre 2014

Il Natale non è solo una festa liturgica, è anche una festa popolare sentita da tutti, cristiani e non. Una festa che esalta sentimenti e affetti, sottolinea la sacralità della famiglia e richiama credenze, tradizioni ed usi. Tra le tradizioni c’è il presepe. Quanti ricordi nella vita di ognuno di noi risveglia questa parola! Il pensiero vola all’infanzia, età spensierata di ragazzi del quartiere, e fa emergere qualcosa di nostalgico, quasi perso per sempre: la semplicità della fanciullezza. Anche se da grande uno prende un’altra strada, il ricordo del presepe rimane sempre impresso nella mente.
Oggi il presepe è minacciato e si cerca di sostituire il Bambino Gesù con Babbo Natale, di tradizione nordica, rappresentato da un grande vecchio con la barba che porta doni ai bambini.
Ma per i cristiani il presepe rimane la rappresentazione della nascita di Cristo e vuole contrastare uno stile di vita consumistico, che sfrutta il Natale per reclamizzare i propri prodotti commerciali, oscurando l’amore di un Dio, che si è fatto uomo per salvarlo dalla caduta. Anche noi legionari, in prossimità del S. Natale, vogliamo rivivere il presepe e accostarci alla culla del bambino per riceverne gioia e pace interiore.

Due nomi sono legati all’origine del presepe: Greccio e S. Francesco.
Greccio è un paesino di 1.400 abitanti alle porte di Rieti e sarebbe ricordato alla storia come luogo di villeggiatura se S. Francesco non vi avesse “inventato” il presepe.
Il biografo del Santo, Tommaso da Celano, racconta: “Francesco, 15 giorni prima di Natale, chiamò un giovane del posto, di nome Giovanni, e lo pregò di aiutarlo nell’attuare il desiderio. ‘Vorrei raffigurare il Bambino nato a Betlemme’. Appena l’ebbe ascoltato, il fedele e pio amico andò sollecito ad approntare, sul luogo designato, tutto il necessario, secondo il desiderio del Santo. Il 25 dicembre giunsero a Greccio molti frati da varie parti e arrivarono anche uomini e donne dai casolari della regione, portando fiori e fiaccole per illuminare quella notte. Vi giunse anche Francesco e trovò la greppia con il fieno, il bue e l’asinello. La gente accorsa manifestò una gioia indicibile, mai assaporata prima, davanti al mistero del Natale. Poi il Sacerdote celebrò solennemente l’Eucaristia sul presepe” (Fonti francescane, pp. 477ss).
E così iniziò nel 1223 la tradizione di fare il presepe per ricordare in tutto il mondo il grande avvenimento della Redenzione.
Alcuni personaggi hanno assistito alla nascita di Gesù. San Luca lo ricorda con descrizione sobria ed efficace nel suo Vangelo (2,8 – 14).

Ma quali sono questi personaggi?

– Gli Angeli
La Bibbia parla molto delle creature angeliche rimaste fedeli a Dio. Di alcune conosciamo anche il nome: Michele, Raffaele, Gabriele. Ma ne vengono segnalati anche altri come l’angelo che parla a Zaccaria annunciandogli la nascita di Giovanni (Mt 1,18-25), l’angelo dell’agonia che consola Gesù (Lc 22,43), l’angelo che annuncia la Risurrezione alle pie donne (Mt 28,27). Non deve perciò meravigliare se siano ancora gli angeli ad annunziare al mondo la nascita del Salvatore.

I Pastori
Betlemme, villaggio di contadini, era abitato prevalentemente da pastori. Ma in quei giorni non c’erano solo loro. Era il tempo del censimento e dovunque gli alberghi erano pieni, tanto che Giuseppe non trovò alcun posto libero per passare la notte (Lc 2,7). Eppure solo ai pastori l’angelo recò il lieto annunzio, perchè considerati gente semplice ed umile, senza tante pretese. Conservano l’animo del bambino, e il bambino è ancora capace di provare stupore, tenerezza, meraviglia, mantenendo la semplicità che piace a Dio.

– Il bue e l’asinello
Il Vangelo non riferisce la presenza di questi personaggi particolari. E’ stata la religiosità popolare ad inserirli nel presepe, E paradossalmente il Vangelo non parla della nascita di Gesù in una grotta, parla invece di una mangiatoia (Lc 2,6). Giustamente si è pensato che la mangiatoia si trovasse in una grotta e che lì vi fossero ricoverati anche gli animali per preservarli dal freddo gelido della notte palestinese. Questi due animali li vediamo rappresentati nelle sculture dedicate alla nascita di Gesù fin dal IV secolo. Con la loro presenza il sentimento popolare ha voluto probabilmente evidenziare il contrasto tra il rifiuto umano, escludendo Maria e Giuseppe dall’albergo, e il conforto che Gesù ha trovato tra gli animali.

– I Magi
La festa, che ricorda l’episodio, viene chiamata “Epifania” che in greco significa “Manifestazione”, manifestazione di Gesù al mondo rappresentato da questi Magi.
Il termine “mago” non va identificato con il significato che oggi noi gli diamo, cioè l’arte di dominare le forze occulte della natura e di sottoporle al proprio potere, ma il vocabolo invece sta ad indicare studiosi che si interessano di fenomeni celesti (astronomia, astrologia). Secondo una tradizione i magi della nascita di Gesù erano tre fratelli: Melchiorre, re di Persia, Baldassarre, re dell’India e Gaspare, re dell’Arabia. Una legittima curiosità provoca una domanda. Che fine hanno fatto i magi? Il Vangelo ci informa soltanto che “i magi per un’altra strada ritornarono al loro paese” (Mt 2,12). Ufficialmente non sappiamo altro. Per rispondere alla domanda dobbiamo affidarci alla tradizione formatasi nel tempo. Una tradizione vuole che i tre fratelli, dopo la conversione, siano stati consacrati vescovi dall’Apostolo Tommaso, morirono martiri e furono sepolti in India, dove Tommaso aveva annunciato il Vangelo. Un’altra testimonianza colloca la loro morte in Persia, sepolti insieme, in una tomba. L’imperatrice Elena, la mamma di Costantino, venutane a conoscenza, avrebbe trasportato le reliquie a Costantinopoli. Successivamente Eustorgio, Vescovo di Milano le trasferì nella sua città. A Milano fu loro dedicata una Basilica e già nell’ XI secolo si conserva un’urna preziosa chiamata “Arca dei Magi”, con una stella sopra il pilastro. Nel 1164 troviamo le reliquie in Germania, custodite nel Duomo di Colonia, venerate da Papa Benedetto XVI e da un milione di giovani ivi convenuti per la giornata mondiale della Gioventù nel 2005.

– Erode
L’episodio dei magi coinvolge la figura di Erode. Nei Vangeli si tratta però di due “Erodi” diversi: l’Erode della nascita di Gesù era già morto quando Gesù era ancora bambino (Mt 2,19-20). Questo Erode, denominato “il Grande” era il padre di Erode Antipa che fece uccidere Giovanni Battista che lo rimproverava per la convivenza con la moglie del fratello (Mt 14,6), ed è anche l’Erode della Passione e Morte del Signore (Lc 23,6-7).
Erode “il Grande” fu certamente un eroe di operosità e magnificenza, ma sopratutto un genio di crudeltà e brutalità. Il cadavere, roso di vermi, fu sepolto, ipocritamente, con grandi onori.

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– Giuseppe
E’ l’uomo giusto che nella vita si è sempre messo a disposizione di Dio, preoccupato di non compromettere i piani della storia. L’uomo giusto che ha vissuto nell’ombra e nel nascondimento, fuori dalla cronaca, con una vita gradita a Dio. Esercitava il mestiere di fabbro, parola che si estendeva all’arte del falegname e del carpentiere. La morte è avvenuta probabilmente dopo il ritrovamento di Gesù nel Tempio. Fu la morte del giusto, del santo, tutto proteso a lodare Dio.

– Maria, la Madre
Quando si vede un bambino, si pensa alla madre che lo ha concepito, maturato e fatto crescere. Quando si pensa a Gesù si pensa a Maria, personaggio indispensabile per il presepe. Di lei ci interessa la storia, la sua personalità.
La tradizione, risalente al secondo secolo, pone la nascita di Maria a Gerusalemme. Solo in un secondo tempo la famiglia si trasferì a Nazareth. I nomi dei genitori, Gioacchino ed Anna, ci vengono segnalati dal “Protovangelo di Giacomo” (1,1 e 2,3) e dal “Vangelo sulla nascita di Maria” (1,1). Maria aveva presumibilmente sedici anni quando diede alla luce Gesù. Ponendo la durata della vita di Gesù ai tradizionali 33 anni, Maria aveva 49 anni quando Gesù morì. E sulla croce Gesù l’affida a Giovanni “che la prese nella sua casa” (Gv 19,27).
Secondo la tradizione visse ancora una ventina d’anni, probabilmente ad Efeso dove morì. Oltre ad Efeso anche Gerusalemme rivendica la tomba di Maria. Un’altra testimonianza non vuole la morte di Maria, ma la sua assunzione al cielo senza passare per la morte naturale. Questa affermazione è però in contrasto con la storia, dal momento che Gesù è morto ed è stato sepolto, sarebbe difficile sostenere il contrario per la Madre. La Madre non è superiore al Figlio, che ha assunto la morte, dandole nuovo significato e trasformandola in strumento di salvezza.
A noi ora interessa vedere la protagonista della nascita di Gesù, in quella misera mangiatoia di Betlemme, in una notte gelida dell’inverno palestinese. E l’immaginiamo tutta protesa a proteggere il Figlio dal freddo, ad ammirarlo con gli occhi di una madre, felice di aver dato alla luce una creatura, ma anche consapevole della sorte di quel Bambino, luce delle genti, immolato sulla Croce per la salvezza del mondo.

– Gesù, il bambino
La statuetta di Gesù bambino è l’ultima ad essere collocata nel presepe. Ormai tutto è pronto: le montagne, il cielo, i pupazzetti, gli abitanti di Betlemme, i pastori con le pecorelle, la capanna. E Maria e Giuseppe sono già inginocchiati nell’attesa adorante del Bambino. Si aspetta la notte santa, quando i bambini depongono il Bambinello, un’azione che spetta a loro. Ora il presepe è completo.
Del Bambino Gesù noi conosciamo la storia e mentre festeggiamo l’inizio già ne conosciamo la fine.
L’artista dei mosaici di Santa Maria Maggiore ha voluto mettere in risalto questi due punti-limite. Dietro la culla ha disegnato la croce. Cristo è l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine della vita umana.
Quale di questi personaggi del presepe vogliamo incarnare? Mi piacerebbe avere la fede semplice ma schietta dei pastori? Oppure la tenacia dei magi che incantati da quella creaturina “per un’altra strada” sono tornati alla loro casa? In senso allegorico, per un cristiano, dopo questa esperienza unica ed esaltante, non posso tornare al quotidiano come prima. Devo cambiare.
Oppure mi fa comodo rispecchiarmi nel personaggio Erode che ha paura di Cristo perchè il suo ingresso nella mia vita potrà impedire la realizzazione della mia personalità?
Cari legionari, dei personaggi del presepe mi affascina la figura di quell’uomo cui potremmo dare un nome: l’estasiato, il rapito, l’incantato che guarda, osserva ed ammira il presepe. E’ un uomo apparentemente sempliciotto, continuamente distratto, che non ha nulla da offrire al Bambino, come fanno i pastori e i re magi, ma gli dona la cosa più importante: lo stupore. E di fronte all’indifferenza dell’uomo d’oggi davanti al miracolo, lo stupore deve costituire l’atteggiamento giusto nel mistero del Natale.
La capacità di stupirci, di recuperare la semplicità dello sguardo davanti a Dio, che si è fatto uomo per amore dell’uomo, ci aiuterà a guardare il mondo e le persone con occhi nuovi, occhi di figli di Dio. Sarà il più bel frutto della nascita di Cristo.
Con questi sentimenti, auguro a voi tutti e alle vostre famiglie un santo Natale e un felice 2015

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Il “ Sì ” della Promessa Legionaria

Fino a che punto è valorizzato il “ sì ” della Promessa legionaria?

Con la grazia di Dio e la benedizione di Maria Santissima, la Legione di Maria è cresciuta molto da quel lontano 7 Settembre 1921. Potrebbe esserlo ancora di più se tutti noi legionari meditassimo un po’ sulla dimensione del “ sì ” della nostra Promessa legionaria.

Nella Promessa noi diciamo allo Spirito Santo che “ riconosciamo di non potere, con le nostre sole forze, rendere un servizio degno ”, e Lo supplichiamo perché “ Discenda su di noi e ci riempia di se stesso ”.

Perché tutto ciò? “ Affinché le nostre povere azioni siano sostenute dalla Sua forza ”.

Dopo, ecco il nostro voto di umiltà: “ Proclamo la mia totale dipendenza da Lei ( Maria ) ”; e ancora “ Nuovamente tu vieni, Spirito Santo, a compiere grandi cose per mezzo di Lei ”.

Quindi il nostro voto di fiducia: “ Ho fiducia che tu vuoi accogliermi così … e cambiare in questo giorno la mia debolezza in forza; perciò, prendo il mio posto nelle file della Legione e oso promettere di servire fedelmente ” … e concludiamo: “ Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen ”.

Qual’è la dimensione di questa nostra Promessa? E’ stato un “ sì ” parziale oppure totale, come quello di Maria Santissima?

E la nostra fiducia nell’azione dello Spirito Santo è stata data per le cose facili o anche per le cose difficili, o solo apparentemente difficili?

Molti legionari non considerano la Promessa come un impegno capace di arricchire di benedizioni e di grazie tutta la loro vita. Nei nostri Praesidia troviamo ancora chi dice “ sì ” al servizio che vuole scegliere e “ no ” al lavoro assegnato; “ sì ” al lavoro facile e “ no ” al lavoro eroico.

Il nostro “ si ” della Promessa deve essere sempre presente nella nostra mente e, in modo speciale, quando si tratta di apostolato che esige sacrificio.

Di conseguenza, questo “ si ” per la ricchezza di grazie ricevute da Dio attraverso Maria significa: no allo scoraggiamento, no all’apostolato disordinato, no al servizio senza spirito di fede, no a quello senza spirito legionario.

E’ un “ si ” ampio: per una adunanza ben fatta, dove ci sia anche la mia umile partecipazione; portata avanti secondo il metodo legionario, capace di arricchire la nostra unione al mondo intero; per una adunanza ben preparata perché “ dove sono due o tre riuniti nel mio nome,  Io sono in mezzo a loro ” (Mt 18,20).

La situazione diventa triste quando qualcuno viene chiamato ad assumere un carica. Dispiace che, in queste circostanze, per alcuni valga più la propria comodità che la grazia di Dio. E’ sempre la solita storia: “ Non sono capace, cercate qualcuno più preparato di me ”.

Che cosa abbiamo fatto delle grazie ricevute da Maria? Cosa abbiamo fatto del nostro atto di fiducia allo Spirito Santo? Forse Lui rifiuta la grazia del coraggio e della generosità a chi gli chiede di lavorare per il Regno di Cristo? Chi sta mancando, noi o lo Spirito Santo? Che tipo di “ si ” abbiamo pronunciato nella nostra Promessa?

Se tutti i legionari riflettessero su quanto è triste per la Madre vedere che fra i suoi figli ce ne sono pochi disposti a curare i fratelli legionari; figli che dicono apertamente “ no ” in contrapposizione al “ si ” della Promessa; figli che rifiutano la responsabilità nel servizio per Maria!

Se comprendessimo tutto questopermariamadjesum, allora saremmo pronti ad assumere, nella vera umiltà e con generosità, i vari incarichi – per portarli avanti nella carità reciproca -, e a lottare con gioia ed entusiasmo per l’evangelizzazione del mondo.

Vogliamo terminare con la breve, profonda frase dell’Acies:

“ O Regina e Madre mia, io sono tutto tuo e tutto quello che ho è tuo ”.

Roma, 8 Dicembre 2014 Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

Questo foglio è un dono da consegnare a tutti i legionari attivi

Gli Ufficiali del Senatus di Roma

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Preghiera al Crocifisso dell’Istituto delle Ancelle della Carità

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Adoro, Gesù mio,
la piaga della tua mano destra
e ti domando il dono di una viva fede.
Adoro, Gesù mio,
la piaga della tua mano sinistra
e ti domando il dono di una ferma speranza.
Adoro, Gesù mio,
la piaga del tuo piede destro
e ti domando il dono di un’ardente carità.
Adoro, Gesù mio,
la piaga del tuo piede sinistro
e ti domando il dono della fortezza e della finale perseveranza nel bene.
Adoro, Gesù mio,
la piaga del tuo sacratissimo costato
e ti domando il dono di una viva contrizione dei miei peccati,
adesso e nell’ora della mia morte.
Adoro, Gesù mio,
il tuo sacro capo, coronato di pungentissime spine
e ti domando il dono della retta intenzione nel mio operare.

Amen

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Santa Maria Crocifissa (Paola) Di Rosa, fondatrice delle Ancelle della Carità – 15 dicembre

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Il Testamento spirituale: “Vi raccomando una grande carità: abbiate carità prima tra di voi e poi con le povere ammalate…Non istate a risparmiarvi. Nel vostro operare abbiate di mira soltanto la gloria del Signore; operate solo, solo per Lui. Nell’assistere le ammalate considerate non la creatura, ma la persona stessa del Signore. Esattezza nell’osservanza delle regole, anche le più minute… Fatevi scrupolo anche delle cose più piccole, specialmente delle mancanze di carità… Se alcuna mi avesse dato motivo di dispiacere io le do ampio, ampio perdono di tutto; forse sarò parsa severa con esse, ma l’ho fatto per il bene della loro anima e per sentimento del mio dovere. Se però avessi mai ecceduto, ne domando scusa.”

Preghiera a santa Maria Crocifissa Di Rosa per ottenere grazie
Santa Maria Crocifissa, che, sin dai più teneri anni, chiedesti a Gesù di seguirlo nella via del patire, fa’ che noi pure troviamo ai piedi della Croce il conforto di ogni pena e intercedi la grazia che desideriamo. Ammirabile santa, che nutristi la più tenera devozione alla Vergine santissima, ottienici di vivere e morire sotto la sua celeste protezione e impètraci la grazia che chiediamo.
Generosa santa, che rinunciasti agli agi per consacrarti a servire Dio nei poveri e nei sofferenti, implora anche a noi lo stesso ardore di carità ed ottienici la grazia che domandiamo. Amen

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Biografia. Maria Crocifissa Di Rosa (1813-1855), al secolo Paola, è una di quelle creature, rare in ogni epoca, che correndo verso gli altri sentono spuntare le ali.
Nata a Brescia da famiglia ricca nel 1813, capisce per la malattia mortale della giovane mamma che la vita non è un godimento per i signori e un calvario per i poveri, ma per tutti una prova, di cui render conto. È forse da quel piccolo seme che nascerà l’albero grande della carità ospedaliera? Migliaia di malati nelle corsie, di bambini nelle scuole, di ragazze strappate al marciapiede, di giovani educati e di anziani amati serbano riconoscenza alle Ancelle della Carità che hanno seguito l’esemplarità amorosa della Fondatrice. Paola è figlia di un industriale bresciano, che riesce a fare affari d’oro, ma non adora il dio-quattrino. Rimasta orfana di madre a 11 anni, Paola è collocata nel collegio delle Visitandine.
A 19 anni Paola assume la direzione della filanda di Acquafredda diventando l’amica di quelle ragazze, che dal lunedì al sabato vivono lontano da casa.
Ora il padre comincia a rendersi conto che la personalità potente della figlia non accetterà mai d’essere rinchiusa tra le mura di una famiglia.
Il colera, che scoppia a Brescia nel 1836, trasforma Paola in infermiera, che assiste le donne malate.
L’amore non abbandona mai il suo posto di guardia. La figlia dell’industriale bresciano ha scoperto che nessuna impresa ha quotazioni più alte della disinteressata bontà. Fonda a Brescia due scuole per sordomuti.
Contemporaneamente assiste le donne ricoverate in casa d’lndustria e si dedica alle fanciulle pericolanti. Finalmente si concreta la Pia Unione, che sfocerà nella vasta Congregazione delle Ancelle della Carità. Ma dove trova il tempo per una raffica di tante iniziative questa fragile donna, che calerà nella tomba a soli 42 anni? Si alza due ore prima dell’alba e si immerge nella preghiera mentale. Si reca a Messa in Duomo in compagnia della cameriera e trascorre altre due ore in dialogo con Dio.
In quel buon mattino si scorge già la luminosa giornata.
Le prime Ancelle della Carità sono infermiere, che seguono Paola nel regalare un sorriso e una prolungata assistenza ai malati.
L’associazione benefica, che all’inizio è un chicco invisibile, fa la sua prova generale nella prima guerra d’indipendenza (1848) e nelle dieci giornate, in cui Brescia combattendo gli austriaci viene proclamata la leonessa d’Italia.
L’amore è sempre la carta vincente in questa «aiuola che ci fa tanto feroci».
La Pia Unione, che diventa Istituto delle Ancelle con i tre voti grazie alla pronta ratifica di Pio IX, si diffonde con il volo della colomba e raggiunge varie città italiane. L’albero ospedaliero allarga i suoi rami ed estende le sue radici in Italia e fuori. Con la professione religiosa, Paola assumerà il nome di Maria Crocifissa.
La sua debole fibra cede, al male nel dicembre 1855. Ma nella tomba non viene sepolta la Congregazione, fiore di quell’ Amore, che è eterno come Dio.

Stralci da: F. Molinari, Maria Crocifissa Di Rosa una santa per gli altri

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Novena a Santa Maria Crocifissa Di Rosa

Primo giorno
O divino Maestro, via, verità e vita, per i meriti di santa Maria Crocifissa, noi ti rivolgiamo un’ardente preghiera, perché ti degni confermarci nella fede. Noi sappiamo come essa sia necessaria, mentre, oggi, si cerca di toglierla dalla società. Noi crediamo che la nostra fede non stia nella sapienza degli uomini, ma nel tuo aiuto Gesù! (cfr 1 Cor 2,5). Illumina la nostra mente, accendi il nostro cuore a comprendere come la verità rivelata sia l’unica via di salvezza per tutti. O Signore, coltiva nel nostro cuore quella fede che la santa alimentò nei piccoli, nei giovani, negli umili, nei sofferenti, nei poveri e nei grandi, perché, col tuo aiuto, la testimoniamo ai nostri fratelli. E tu, santa Maria Crocifissa, maestra a tutti noi, ottienici una fede simile alla tua!

Secondo giorno
O Signore Gesù, via, verità e vita, per i meriti di santa Maria Crocifissa, ti rivolgiamo un’ardente preghiera, perché tu voglia consolarci nella speranza. Vediamo attorno a noi lacrime, dolori e disperazione. Concedi a tutti di vivere nella fiducia le grandi certezze della fede, per aver-ne conforto in questa vita e speranza per l’altra. Santa Maria Crocifissa ha versato molte lacrime in vita, ma ha diffuso intorno a sé consolazione e pace! Nel Lazzaretto, con cuore di mamma e fede di santa, è stata vicina alle colerose morenti, parlando loro di Gesù e del paradiso. Concedi anche a noi, Signore, il dono delle lacrime, a nostra consolazione e a conforto degli altri. E tu, santa Maria Crocifissa, mentre sei la nostra speranza, ottienici di poter asciugare le lacrime a quanti piangono e soffrono.

Terzo giorno
O amabile cuore di Gesù, che tanto hai amato gli uomini, per i meriti di santa Maria Crocifissa, noi ti rivolgiamo un’ardente preghiera, perché ti degni di concederci la grazia di corrispondere al tuo amore. Come la tua santa ti ha amato nelle sofferenze della sua vita interiore ed ora nella gioia della contemplazione divina, così noi ti chiediamo la grazia di amarti nei dolori e nella gioia. L’hai detto tu che la nostra tristezza si cambierà in gioia. Noi ti amiamo, Gesù, quando le nostre membra giovani e vigorose lavorano per i poveri. Ti amiamo, Gesù, quando il dolore ci colpisce e ci depone immobili sopra un letto, divenendo, a tua imitazione, dono di sofferenza per chi non crede. Ti amiamo, Gesù, per i màrtiri che soffrono in molte parti del mondo, per tanti che ti glorificano, per tanti che ti offendono. E tu, santa Maria Crocifissa, che ancora in vita pregustasti le dolcezze dell’eterna contemplazione, da’ a noi la grazia di essere saldi in questo amore, di essere fedeli allo sposo divino, di morire piuttosto che venir meno al santo amore!

Quarto giorno
O amabile Gesù, che tanto hai consolato gli uomini, per i meriti di santa Maria Crocifissa, noi ti rivolgiamo un’ardente preghiera, perché ci conceda il dono del conforto. Quanta sofferenza sentiamo per i dolori nostri ed altrui, ma sappiamo che tu sei il Signore che “rallegra la nostra giovinezza”. Tu vedi, Signore, il dolore fisico e psicologico degli ammalati, dei morenti, degli orfani, dei giovani che incontriamo; dà rassegnazione, speranza, aiuto, pane: a tutti la tua consolazione. E tu, santa Maria Crocifissa, che in vita fosti la gioia di quanti hai avvicinato, e sei, nel Cielo, il conforto di quanti ti invocano, concedi alle tue figlie, e a chi ti prega, di essere premurosi consolatori di tutti quelli che chiedono il loro aiuto.

Quinto giorno
O Gesù, re d’amore, per i meriti di santa Maria Crocifissa, ti rivolgiamo un’ardente preghiera, perché ti degni di renderci instancabili apostole del tuo regno d’amore. Richiama i fratelli erranti alla tua verità, fa’ sorgere e illumina le intelligenze perché cantino le tue lodi. La nostra santa, o Signore, desiderò che la tua lode varcasse la vastità dei mari e giungesse ai popoli lontani. Da’ forza alle sorelle e ai missionari perché collaborino ad estendere, ovunque, il tuo regno d’amore. O Signore, conserva la fede nella terra del tuo vicario; che tutti ti riconoscano, ti lodino, diano testimonianza cristiana. E tu, santa Maria Crocifissa, che ti consumasti per il trionfo del regno di Dio, rendici degni di pregare e di impegnarci, perché venga il suo regno nel nostro cuore e in quello dei fratelli.

Sesto giorno
O Signore Gesù, mite ed umile di cuore, per i meriti di santa Maria Crocifissa, noi ti rivolgiamo un’ardente preghiera, perché ci conceda la grazia dell’umiltà. Tu cerchi i peccatori, li perdoni, trovi la pecorella smarrita e la poni dolcemente sulle tue spalle. Come un giorno hai chiamato noi e ci hai portato con te, nel tuo cuore, ti supplichiamo di renderci, per i giovani, luce, forza, amicizia profonda e serena. Invochiamo anche la tua misericordia, perché i potenti della terra abbassino lo sguardo sulle molteplici povertà del mondo. La nostra santa ha seguito il tuo esempio e, trascurando la società elevata, in cui le sue doti potevano emergere, si è fatta guida a chi aveva perso la strada del bene, piccola con i piccoli, gli umili, i bisognosi, i disorientati, i doloranti. O santa Maria Crocifissa, donaci la grazia di seguire il tuo esempio luminoso di semplicità e di umiltà.

Settimo giorno
O Signore Gesù, che insegnasti agli apostoli a pregare, per i meriti di santa Maria Crocifissa, noi ti rivolgiamo un’ardente preghiera, perché ci conceda la grazia di una vera pietà. Insegna la preghiera a noi che non sappiamo pregare, facci degni della tua luce, della tua purezza, del tuo amore. Rafforza questo cuore tanto debole; snebbia la nostra mente dalle oscurità della terra. Da’ a noi la sete di te, della tua intimità. Noi ammiriamo la nostra santa Madre, che tu hai elevato alle altezze immacolate della contemplazione, dove finisce il tempo e inizia la tua eternità.
Ci rivolgiamo a te, santa Maria Crocifissa, e ti invochiamo: “Donaci la grazia della pietà e della preghiera, perché sappiamo che questo è il solo e vero amore di Dio”.

Ottavo giorno
O Signore Gesù, che ami la trasparenza dei cuori e lo spirito di dedizione, per i meriti di santa Maria Crocifissa, noi ti rivolgiamo un’ardente preghiera, perché ti degni concederci la grazia della santità. Non sei stato tu a chiamarci, nei primi anni della giovinezza, per donarti la vita, e sperimentare quello che i grandi di questo mondo non capiscono: la tua presenza divina, che allieta la nostra giornata di vergini a Te consacrate? Non dimenticarci, o amabilissimo Sposo, perdona la nostra debolezza e guarda al grande amore che consumò la tua serva, la nostra santa fondatrice. E tu, santa Maria Crocifissa, che tanto ci amasti in terra, assisti nel cammino della santificazione, noi e i fratelli, per essere più degni del grande ideale, a cui il Signore, per mezzo tuo, ci ha chiamati.

Nono giorno
O Signore Gesù, per i meriti di santa Maria Crocifissa, noi ti rivolgiamo un’ardente preghiera, perché ti degni concederci la grazia della perseveranza. Tu ci hai chiamate alla fede e ci hai coltivate nel tuo santo amore: donaci la grazia della fedeltà al battesimo. Tu ci hai chiamate alla divina intimità del tuo cuore: donaci la grazia della fedeltà alla vocazione. Tu ci hai chiamate al capezzale degli infermi, al conforto degli anziani, all’educazione dei piccoli e dei giovani, vicino a chi piange: donaci la grazia della fedeltà alla carità verso il prossimo che soffre. Sostieni le nostre stanchezze, alimenta il nostro entusiasmo, illumina la nostra assistenza, feconda la nostra fatica, perché con la cura dei corpi e con la vicinanza fraterna, possiamo farti conoscere e lasciar trasparire il tuo amore. E tu, santa Maria Crocifissa, che sei stata così grande nella carità verso il prossimo, fa’ che siamo costanti in questa missione di servizio. Amen!

cfr Mons. Luigi Fossati Novena alla Beata Maria Crocifissa Di Rosa – 1950

http://www.ancelledellacarita.it/

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