La madre divina e la madre terrena alla luce della poesia (Zenit)

maria sul mondo

L’Immacolata nei versi di Clemente Rebora, Ada Negri e Giuseppe Ungaretti

 

Rebora partecipò come ufficiale di fanteria alla guerra del 1915-18 e subì un forte trauma nervoso in conseguenza delle drammatiche esperienze affrontate. Nel 1931 entrò nel noviziato rosminiano dell’Istituto della Carità di Domodossola e nel 1936 prese gli ordini.

La poesia che pubblichiamo, intitolata L’Immacolata, esprime con potente contrasto di toni il male che ci minaccia da vicino ma che trova assoluzione per intercessione di Maria.

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L’IMMACOLATA

di Clemente Rebora

Ignare a quella sete che per noi
patì là in Croce Cristo benedetto
onde sgorga la Fonte da Maria
che quanti appaga infin l’imparadisa,
urlan le genti, dopo aver mangiato
terra per cibo: – bruciamo di sete!
e come pazze si scontran cercando
sorsi a ristoro, e le sorgive tutte
di loro stragi sfociano inquinate.
Tu l’unica sorgente, o Immacolata,
donde fluisce acqua di vita al Cielo
che per l’amore in vino e vino in sangue
a Cana è pregustata e sul Calvario
versata al mondo dal Cuore Divino!

***

Ed ecco un’altra “assonanza” di pari suggestione. Nella Messa in San Pietro del 13 ottobre 2013, papa Francesco ha pronunciato queste parole durante l’omelia: “Maria ha detto il suo sì a Dio, un sì che ha sconvolto la sua umile esistenza di Nazaret, ma non è stato l’unico, anzi è stato solo il primo di tanti sì pronunciati nel suo cuore nei suoi momenti gioiosi, come pure in quelli di dolore, tanti sì culminati in quello sotto la Croce. Oggi qui ci sono tante mamme; pensate fino a che punto è arrivata la fedeltà di Maria a Dio: vedere il suo unico Figlio sulla Croce. La donna fedele, in piedi, distrutta dentro, ma fedele e forte”.

Sono parole, quelle di Francesco, dense di una drammaticità intensa che trova riscontro in questa bellissima poesia di Ada Negri (1870-1945):

 

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IL CALVARIO DELLA MADRE

di Ada Negri

Grembo materno straziato e forte,
di tua fecondità l’invitto segno
in te impresso sarà fino a morte. Ave.
Bocca materna, non avrai più baci
che non sien quelli di tuo figlio – come
sigilli d’oro fulgidi e tenaci. Ave.
Occhi materni, voi vedrete il mondo
dietro un velo di lacrime, seguendo
ansiosi il folleggiar d’un bimbo biondo. Ave.
Mani materne, voi più non saprete
che blandire e sanar le rosse piaghe
di colui che a la terra offerto avete. Ave.
Vita materna, non sarai più nulla
fuor che l’ombra vegliante ad ali aperte,
con lunghe preci, a fianco di una culla. Ave.
Cuore materno, cuore crocifisso,
cuor benedetto, cuore sanguinante,
cuore pregante a l’orlo d’un abisso,
non più per te, non più per te vivrai;
ma pel figlio in mille forma
di perdono e d’amor rinascerai. Ave.

***

E per concludere questo devoto omaggio poetico alla figura di Maria, a due giorni dalla solennità dell’Immacolata Concezione, non possiamo fare a meno di accennare a un simbolo archetipico profondamente radicato nell’inconscio collettivo: la corrispondenza tra la madre divina e la madre terrena. Un modo di sentire che è di tutti, perché anche chi non possiede il dono della fede può avvertire, nella madre, l’esperienza incommensurabile di un amore che appartiene a una dimensione “altra”.

Una delle espressioni più alte della letteratura del ‘900 è, senza dubbio, la poesia intitolata La Madre di Giuseppe Ungaretti (1888-1970), dove il poeta s’immagina a un punto di confluenza col Mistero, grazie all’intercessione redentrice di sua madre.

Un poesia, occorre ricordare, che fu scritta da Ungaretti nel 1930, due anni dopo la sua conversione alla fede cattolica. Conversione che farà emergere in lui una chiara consapevolezza: “La mia poesia, interamente, sin da principio, è poesia di fondo religioso”, rivela il poeta. “Avevo sempre meditato sui problemi dell’uomo e sul suo rapporto con l’eterno, sui problemi dell’effimero e sui problemi della storia…”.

 

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LA MADRE

di Giuseppe Ungaretti

E il cuore quando d’un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d’ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando mi avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.

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